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HOSTEL, due parole.

Due parole su Hostel, prodotto e presentato da Tarantino (è lui il canto di sirena se qualcuno se lo sta chiedendo). Due parole: urge rimake. Dette, le due parole. Apro. Necessita urgentemente di un rimake, subito, me ne sbatto che da poco è uscito. Una cosa bella c’era, nel film, e ‘sto registuolo che, checchè ne dicano sul suo futuro le bocche più baffute e autorevoli, al momento è poco più che pagliuzza di torta americana, Eli Roth, questa cosa bella, dicevo,  che spiego a breve,  non l’ha trattata. L’idea centrale sarebbe (sto per dire il nocciolo del film, quindi se qualcuno – ne dubito – è interessato a vederlo si astenga immediatamente dal leggere – ma anche dall’andare a vederlo) questa: in una vecchia fabbrica presso Bratislava -l’ostello- nella quale un’organizzazione più o meno segreta ha allestito un albergo, fatiscente sì, ma redditizio, alcuni uomini d’affari occidentali spendono una barca di soldi per la loro vacanza esclusiva il cui fulcro è l’omicidio di un poveraccio rapito per strada, o a letto con bellezze slave, o altro. L’americano lo paghi più di tutti, a ucciderlo. Libero di scegliere come dare la morte, il cliente ha a disposizione efficacissimi mezzi di tortura. Ecco. Su ciò dovrebbe reggersi il film. Con tutte le implicite motivazioni sull’incapacità odierna di sentirsi vivi, sullo spingere sempre più avanti la soglia del realmente percepito, insomma: ce ne sarebbe stata di roba da affrontare: addirittura si insinua il sospetto che appena dietro, o sotto, al bungi jumping ci sia l’esperienza dell’ammazzo. Ma tutto resta laterale, confinato in un angolino, un cesso di una discoteca, direi. La prima parte, sesso, alcol e cannabis, dura troppo (e lo dice un appassionato della materia!). E quando arriva la seconda, in una bella – questo sì – ambientazione, lo sai che il film sta per finire, non ti concedi. Per di più è proprio girato male, non è che si possa far fronzoli: non fa paura. Non convince. Non fa ridere. Non fa manco eccitare, a dispetto delle tette che si mostrano. Non fa niente ‘sto film. Pasta al burro e peggio. Le scene horror sono buie e confuse, quelle non horror non si sa cosa sono. Lo guardavo e me lo immaginavo diretto dalla buonanima Stanley (ripeto, l’idea centrale c’era, ma doveva essere, anche narrativamente, concepita con tutt’altro spessore e intento… e non con l’ossessio del soldo)… me lo immaginavo diretto da Cronenberg, che su certe cose è assai capace…

Ma in fondo sarebbe bastato che anzicchè presentarlo e produrlo, Quentin, genietto folle e sregolato, l’avesse diretto. E’ questo il mio invito: se un ipotetico lettore ritiene di avere il giusto giro di conoscenze per giungere a uno dei tre (compreso il primo … non chiedo però dei particolari e non rispondo delle conseguenze) e convincerlo a rifare il film come dico io, si metta in moto. Va messa mano al film, è un peccato.

Pubblicato il 13/5/2006 alle 12.47 nella rubrica cinèma.

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