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NANNI MORABBIT coniglio rosso

Il caimano è film piacevole, che azzardarsi a dire “bello” con definita definizione sarebbe un azzardo. Eppure è un film da vedere, a prescindere della fede politica, perché questo benedetto caimano ce l’abbiamo dalla nascita sul groppone, domina la scena dalla sua bassa e lucida fronte, e ogni occasione per dirgliene due va bene. Non s’offendano i suoi fans: glie le si dice come fosse uno zio gradasso ma simpatico, ma gradasso. Dunque film che andava fatto, al di là della resa stilistica, e a Moretti il merito.

Detto questo, il film. Lo scheletro era complicato, tante ossa da distribuire, ossessivamente rese bene dalla questione del film da fare. Ed è proprio il cinema nel cinema che, lungi dal toccare le vette di Wenders (nun sia mai!), offre spunti ironici spietati. Una truppa di aragoste aggredisce un critico culinario vendicandosi delle strampalate e ottuse rubriche CULInarie sparse dei telegiornali nazionali; un bel matrimonio marxista leninista col linguaggio morto della rivoluzione; e Aidra (credo) ‘sta eroina tutta italiana, un po’  Kill Bill, che a un certo punto speri diventi lei la protagonista perché il caimano stenta ad entrare in scena, e in fondo sai che potrebbe annoiarti il solito Berlusconi. Invece no. Berlusconi cambia faccia tre volte. Lo vediamo come lo immagina il produttore, ed è di facciata, tutto orgoglio televisivo, mistero da peccato originale (vedi la scena dei soldi piovuti, azzeccatissima!), lettere di donne, il tronfio trionfo dell’ingresso nello stadio, e il trionfo di tette e culi alla tv privata. Poi c’è il Berlusconi interpretato da Michele Placido, sordido, dalla mano viscida, un po’ ignorantello ma esilarante: è così che si vince in questo mondo, sembra suggerire. E dopo poco tradisce il produttore amico e va con De Laurentis, che i soldi sa cosa sono, e che fa girare per le vie di Roma una caravella malinconica, perché malinconico è l’occhio dell’Orlando che la segue, occhio tradito e rigettato. Poi… poi c’è il gran finale, quando lo scettro lo prende Moretti. Ma questa è un’altra storia. E’ tragica, seria, Moretti trasuda odio livido i toni si alzano e i colori si soffocano. In tribunale Moretti scandisce il verbo che sembra d’essere tornati al senato dell’antica Roma. E nell’auto, a processo concluso, la cattiveria divampa, la parola taglia, scoppiano alle spalle molotov di destra, e il Berlusconi luciferino (con tanto di barbetta) è un segmento epico. Chiaramente il finale è un’altra cosa rispetto al film, ma quale dei due sia estraneo all’altro è difficile definirlo. In fondo (nel vero senso della parola) il finale è l’unica scena del film nel film, l’unica girata: è il vero caimano. L’altro, quello intorno, è la solita baruffa di coppia, e nell’attimo più doloroso e riprovevolmente lacrimevole sei là in ginocchio a chiedere il faccione d’Arcore, che stenta, stenta a tornare, stenta troppo. Poi la coppia, che non vuole mai scoppiare perché l’uomo sa di essere incapace e la donna sa di essere il sole che necessita dei satelliti, alla fine scoppia mettendo a nudo i limiti del regista nell’entrare l’emozione umana. Ed ecco che abbondano formule e formulette per manipolare lo spettatore, musica che sale, immagini che rallentano, personaggi che urlano… e questo dovrebbe bastarmi? Lo strappo del maglione trattato come fosse un’evirazione è un po’ eccessivo. La corsa mucciniana verso casa è un po’ elementare (proprio come età!). Meno male che c’è il resto del film a prendermi per la gola, come quando gli operai lavorano alla casa del caimano, e là si danza alla vecchia maniera sculettando su una musica che ci parte da dentro, dalle nostre mezze radici arabe… evoca, evoca! ; come la valigia di soldi nel ventoso e grigio cielo milanese, a insinuare che dio sia leghista! ; e il buon produttore polacco da cui ci facciamo sfottere in quanto italiani, elettori del pagliaccio… “… e raggiunto il fondo, voi scavate, scavate..” urla e ride mentre sbraccia grosse mani nella piscina, anche lui ci sfotte, liberato dal comunismo da un prete che ha fatto carriera! Certo, l’Italia ne esce maluccio, non fosse che per la regista, che però un chè di santità ovattata ce l’ha: sarà questa smania di integrità morale propria di una certa cultura di sinistra. Certo, la donna ne esce distrutta, tutta lacrime e maternità. Certo, anche la donna lesbica ne esce distrutta, tutta isteria e maternità, come se la donna per essere Donna abbia bisogno di trarre spunto dalla MaDonna, e figliare senza sesso: madre prima di tutto, i sensi invece lasciamoli agli uomini! E certo, uno dei due figli fa la figura dello stupido, ma ci sta, in fondo, che un figlio sia intelligente e l’altro stupido… a proposito, Moretti ce l’ha un fratello?

Tutto sommato il film è un buon pasticcio di ingredienti, certi salati e certi dolci. Piacevole. Ma non sazia. Qualcosa manca. Aver abbozzato tante strade poi lasciate appese ha il suo peso nei ricordi dello spettatore. E se da una parte è molto acuta l’idea di lottare con Berlusconi prendendogli l’anima, recitandogli nel corpo, è anche vero che ci si aspettava più coraggio, più violenza comica… ma…  ma che dico?! Ma quale violenza comica? Quel Berluska lì le fa da solo le figuracce!

Dico Morabbit perché avrei preferito che fosse più presente. Mi rendo conto che solo in questo modo, cioè altalenandosi, sia stato possibile creare quel pathos oleoso del finale, ma la sua latitanza m’è parsa troppo intellettuale: siamo d’accordo: la giovane regista moralmente assorbita dalla necessità della denuncia potrebbe simboleggiare la giovane coscienza civile italiana da rifondare, ma quando Moretti appare per la prima volta è uno spettacolo: in auto, cantando, colloquiando con un tono della voce molto più alto della regista e del produttore, con la mente annuvolata dai propri pensieri che però trasbordano, trasportano e…

è sempre tempo per una commedia.

 

E ovviamente coniglio rosso non per politica (quale politica nel film?). E’ rosso per l’imbarazzo col quale affronta l’emozione, e per l’ira della quale inonda il personaggio che, doppio attore, interpreta.

Pubblicato il 10/4/2006 alle 10.57 nella rubrica cinèma.

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