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l'equivoco della ginestra

Ci si fredda. Apposta le cantine. Non ad altro. L’umidità, lungi dall’inconsistenza, eredita dal mondo i talloni del fungo e cammina i mattoni ad uno ad uno, finanche serrando gli interstizi fra gli individui del muro. Non a caso esistono popolazioni d’inattesa perspicacia, che del costrutto guascone, dell’anima ventosa, dell’ostinazione, fabbricano ecosistemi contro gravità. Profili obliqui, skylines tormentati dalle condense e dalle stesse in qualche maniera nutriti. Al tatto se puoi è morbido da annullarsi quasi nel liquido. Ma non puoi, non sempre, non mai. L’idea del contrirsi nel viscido è un equo sistema di autodifesa in perpetuo mascheramento di autodistruzione. Ma non accade l’estremo imprevisto, ché alle larve e ai minerali non è concesso interramento che segni nolente copertura.

Ai vesuviani appartiene un mistico sciroppo, dall’orbita esitante tra un astro di miracolo ed uno di condanna. È qualcosa che s’estranea perfino ai napoletani. Volontà, gusto, dovere d’accecarsi a luci trafugate ai vuoti. Incognita, che il gobbo pensò esser ginestra, che invece è roccia.  

Pubblicato il 29/2/2008 alle 2.23 nella rubrica duende.

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