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bisogna cambiar denti, essere pesci, esserfurenti

Dario, ti rispondo qui.

 

Ho appena ingoiato l'ultimo risotto, sbobba di controfritto di carotcipollessedano più pancia cubiza di porc e gancia vanzato dal brindisi e friggiarelli. Molto verde e arancio, molto buono, come un testo che s'amalgama nei postacci dell'intestino, come un testo ridotto dalla casualità del frigo prima che marcescescano le robe, quindi ampliato in prospettiva. L'arrangio, questo vizio che il folklore vuol far virtù, ripugna senz’armi proprio adesso che le punte dei lancillotti e giavellotti cercando busti da trafiggere intoppano nella mondezza. Che puzza. La forma del cucinato, arte e cucinato, è qualcosa come il mango che sai. Pensavo alla covata malefica, pensavo anche alle nudità dei pasti burrosi, alla macchina da scrivere che cola milze, che cola code, che coca cola. Viderò dromo solo stasera, giusto stasera, semper che i compagni d'avventura siano concordici, piuttosto nordici, piuttosto scoop di vudi. Mi fa bene uguale. Ma è un periodo che ho sintomi interiori, sin-tomi. Senza tomi.

Mi pare di scovare la bontà del diario da appena un paio d’ore. So che passerà. Passa sempre tutto. Resta solo la voglia di fissare immagini. E risotti.

Pubblicato il 5/1/2008 alle 20.40 nella rubrica 'O Munaciell'.

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