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se la notte fa l'atleta dipende dalla gara ma, dico ma, potrebbe anche saltarti

 

Mi pare di poter finalmente individuare la misura adatta al momento. È poco più ramificata di un trifoglio, poco più densa di un soffio, e per afferrarla devi spremere gli occhi perché vadano come la vista, di più. Non so di cosa parlo e questo è grave per te, per te che leggi, se leggi, ma poi perché? Posso ammettere la farneticazione, è un esercizio di raffinamento, ma la speculazione, la fede, queste sono assurdità perché niente di… Se la mente avesse una forma saremmo individuabili. Credo che questa sostanza aleatoria, la facilità con cui la discrepanza è in terapia ovattata, il suo dimenarsi fra lo stato e il sarà, sono della competenza delle armi. In fondo è buona l’attesa – di tutto, pure del sonno. È come un regalo destinato a non scartarsi, che se stracci la carta già non è più regalo, l’attesa.



Allora vieni notte –
ungiamoci un po’ le arterie – vieni notte a spifferare lastre di buio così che il primo crine d’elio possa recitare la sua scena di percussione e abbaglio, e quanto più dura sarà la tua lana sul mio petto tanto più dei rintocchi del mio cuore serberò spettrali echi, e un passo lento di radice che flettendosi dimentica i suoi limitari. Vieni notte, notte apiforme che di note tingi le pie forme dei mattoni all’ombre, la tragedia ti si annida in seno, ma a quale tragedia s’orienta il cinguettio d’un’ala che non raccoglie aria perché spoglia? Ed ala a chi, a cosa, a qual pianeta? Ma ecco dal remoto e dal taciuto petrolio scorre un transitorio destro, vento, vento che chiama solo sé per sigillare il moto, e che sparge dalle argentee dita un canovaccio ossuto: luce già, come oriente, un tronco di cielo a inabissarmi ancor.

Pubblicato il 9/11/2007 alle 5.19 nella rubrica duende.

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