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fichi-fichi insieme

 

Scorrendo il blog collettivo “giornalettismo militante”, fra una serie di fotografie incastonate nel testo, ho potuto scorgere un insieme di righe fatte di vocali e consonati e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – sotto il titolo “mamma mia che impressione”. Il testo è divertente come di-verte la favella sperticata dell’ubriaco a bianco frizzante… colorato più che divertente… no, pensato per essere colorato più che già colorato, come quegli album che si comprano ai piccoletti… no, forse pensato più che per essere come se su quel per si sia verificato un terribile capitombolo del pensiero. L’ho letto con la curiosità di chi si chiede un po’ dove si voglia andar a parare. Poi però non l’ho finito. Non perché l’eccessiva presenza del grassetto urta la pupilla, come uno strillare per dar senso e forza a un mammamiacheimpressione qualsiasi, cioè un evidente affanno – sono tempi duri questi, ed è sgradevole affannarci l’un l’altro perché qualcuno potrebbe aver mangiato aglio crudo. Ho invece lasciato sospeso l’insieme di righe fatte di vocali e consonanti e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – perché a un certo punto si leggeva “Capezzone è ito, Libmagazine affondato”. L’espressione in sé, oltre che evasiva della verità – perché Capezzone non so se sia albero di qualcosa ma di certo non di Libmagazine, che dunque giammai molla –, è più complicata di quanto sembri, nel senso che complica (piega insieme) più questioni  senza la cui disamina non si capisce un cazzo. Innanzi tutto c’è da stabilire, usando il verbo affondare, quale sia la superficie di galleggiamento. Operazione complicata (piegata insieme), poiché diventa necessario, a tal fine, determinare la posizione di galleggiamento dell’osservatore. Mi spiego: se io dico che una barca è affondata lo dico perché l’ho vista dalla costa? l’ho vista dal faro? l’ho vista da un relitto già sul fondo dell’oceano? o dalla cloaca che va a mare? No, perché il senso dell’affondare cambia, e di parecchio, interessato non per ultimo dalla comodità con cui l’osservatore adempie alla sua funzione d’osservazione: cosa è osservare d’amaca con fiaschetto già vuoto, altro è osservare allo sbocco a delta della fogna con fino alle anche una corrente di merda. Per non parlare poi della sostanza nella quale si definisce l’azione dell’affondare. Anche questo complica, e non solo nella misurazione della resistenza che diverse sostanze offrono alla chiglia della barca, ma anche in ottica utilitaristica: cioè, se fosse acqua sarebbe un conto, e sarebbe un male affondare; se fosse vino – ma sappiamo che non potrebbe essendo la botte evidentemente vuota – sarebbe già più affascinante l’idea; ma se fosse merda? diverrebbe allora imprescindibile affondare, l’unica scelta, un piacere quasi. Che poi che mi rappresenta questa esigenza di stare a galla? Che mi reca questa luce, questi riflettori? Mi rendo conto che il pelo del liquido sia ambito – lo si nota dai colori, dalle fotografie, dal grassetto – ma affondare è un miracolo di scienza, la sperimentazione di più leggi fisiche contemporaneamente, un’esperienza grazie alla quale s’adocchia la realtà da un altro punto di vista, un aprire le acque dopo averle rotte tanti anni prima, e soprattutto uno scivolare così analogo alla scopata da eccitar quasi – a chi almeno sappia di cosa sto parlando.

Pubblicato il 4/11/2007 alle 11.40 nella rubrica 'O Munaciell'.

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