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le avanguardie e la loro filiazione

 

(Secondo rincòn de AlFahridi)



A lo mejor alguien va a leerme

 

 

Tra l’altro in questo testo ci si chiede - io mi chiede, direbbe la lingua ( fetosa, direbbe il munaciello ) avanguardia – perché l’arte, se essa stessa non fa che ripetere il gioco infimo della sottrazione della vita pur di cacciare una parola.

Ci sono epoche ed arti ed istinti; noi non siamo né Eschilo né Dante, né Raffaello, Rimbaud, Beckett; neppure Pasolini, né il loro rispettivo pubblico. Quello che ci tocca, quando ci tocca, l’arte, ci alita sul collo, minaccia, si nasconde tra il desiderio, la paura e la noia. La sociologia è veramente odiosa quando spiega le rivoluzioni, per quanto silenziose, con i crolli degli indici di borsa. Dentro un effetto non ci sono solo cause; la gravitazione universale è un movente come tanti, più biondo e acconciato, forse.

C’è un senso di scoperta e di fine, ed in ciò d’inizio, in quello che ci tocca. Qual’è il più intimo desiderio dell’arte? La vita fremente. Oggi. E ieri? E altrove da noi? Noi chi?

Su questo domanda – chi vuole, se e quando vi vuole rispondere – tornano i tassi d’interesse, le teste di re monche ‘ndurate e’ffritte, la via crucis : pussamm’a chitarr’ e firnimm e’ canta’.

 

 

Non c’è, nel testo di cui si dice, se non un vago accenno al cinema che, a parte la pubblicità e l’inquinamento, è l’unica arte classica del  nostro noi chi. Il munaciello - di tutti e di nessuno – ne detiene già abbastanza lo scettro, ed io non penso neppure a rompergli il cazzo. Però aggiungo: mai, se non forse ai più sfrenati baccanali, corpo anima e neuroni – corpo – hanno goduto, allucinato, ansimato, incubato come sotto un film di     Lynch       o      Sorrentino ( l’ombra del Vesuvio è una minaccia, il più bel presagio che possa accompagnarmi la partenza da Napoli; simm e’ napule c’avita fa’ o’bucchin’ ).

 

Mouhamed van Farise



Le avanguardie e la loro filiazione

 

E così, questi uomini hanno scoperto il logos e girandogli

intorno gli hanno fatto le smorfie per tutta la vita,

ripetendo, o meglio dimostrando il teorema del logos.

E questa è la storia di tre generazioni di artisti.

 

D’altra parte, per uomini nutriti e colonizzati a quel

modo, è stato impossibile, fisiologicamente, superare il

varco della scoperta, così come lo è stato per i loro

progenitori, i fanatici dell’espressione. Ma questo non è

assurdo. Uno sguardo più alto, dall’alto, può considerare

questi stessi uomini come campioni di una fase attraverso

la quale questa stessa scoperta, il logos, e il suo doppio, è

stata volgarizzata ossia diffusa come una preparazione e

un antidoto -e cos’è l’arte, per non dire il teatro, se non

questo-, e ancora, una fase in cui, per estenuazione, l’arte,

l’arte superiore e malata,insieme a tutti i suoi luoghi e

mezzi, si è praticamente estinta, è arrivata a esporre le

sue ultime conseguenze, e tesi, proprio lasciando salire in

superficie tutte le contraddizioni più cocenti della sua

formazione -esposizione il cui merito è proprio di queste

tre generazioni di artisti il cui ultimo rappresentante è

stato Carmelo Bene-.       

 

Che ancora oggi, nei luoghi dell’arte, e dunque

soprattutto nei corpi degli artisti, si giochi a tentare

l’alterità, il surrealismo, il siluramento dell’idea, è un

lampante effetto di una catacresi, e dunque di una

volgarizzazione la cui guarigione comporterà tempi

lunghi, ed anche catastrofici.

 

Ciò che le avanguardie, e la loro filiazione, per un secolo

hanno fatto, è stato trasferire l’intero problema della

forma -e dell’esistenza-  sul piano dell’espressione.

E l’espressione è ciò che maggiormente vincola, inibisce

e rende impossibile ogni pensiero tetico, e dunque ogni

rischio -e, sia detto solo per qualcuno, essa è soprattutto

una volgarità, oppure la risata di un satiro, o meglio di un

dio, il settimo giorno-. 

 

Questi artisti hanno giocato all’ombra dell’epigrafe

monumentale disce subesse deo,

e comunque sono stati i migliori, essendo stato l’intero

mondo all’ombra di quest’epigrafe, finora.

 

È stato il modo in cui Bene ha rinviato ad Artaud che mi

Ha chiarito il senso di quel trasferimento di cui prima :

“..superamento d’Artaud e della lingua degli angeli..”;

“..Artaud sta ancora nella rappresentazione..”.

Ciò che Artaud mi ha insegnato è il fatto catastrofico e

destinale della presenza.

Il resto è una rivolta hegeliana contro Hegel. Così come

una rivolta hegeliana contro Hegel è stato l’intero

movimento della superiore arte europea da un paio di

secoli a questa parte.

E aggiungo suo malgrado.

 

Suo malgrado poiché le conseguenze, o meglio l’eredità

stessa della cultura europea supera nettamente la scoperta

di una crepa, ed è un fatto il cui peso è ancora troppo

schiacciante.

E questo non vuol dire che debba compiersi all’aperto

come in un teatro, o meglio non è detto che lo spettatore

possa o debba capire.

 

L’opera delle avanguardie e dei loro figli eletti è stata

soprattutto una consolazione molto ardita, poiché estrema

e interna, un espediente fatico cui si è giunti per avere

comunque qualcosa, un orizzonte, fosse anche

l’espressione -offrendo tra l’altro, il tema di un’intera

esistenza a tutti quelli che istintivamente hanno scelto la

via del commento, i poveri di spirito, gli avvocati di dio-.

 

Come, l’espressione, -una giustificazione ?

 

 

                                                           

                                                     Alfredo Zucchi, marzo del 2004

Pubblicato il 25/10/2007 alle 19.25 nella rubrica a lo mejor es un rincòn.

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