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Marsicovetere

Vivere nel presepe ha pregi e vizi. I pregi è bene condurli a sé. I vizi seguiranno senz’altro. Ad esempio nel presepe c’è tutta una serie di bontà che si rimediano facilmente. Quella facilità è la misura dello spostamento che può e deve sfidare il vento con la faccia, ma a piedi raggiungi il posto del grano, il posto delle mucche morte, il posto delle mucche vive, il posto delle sigarette, il posto delle caramelle. Inutile dire quanto meno debitori di odori di gas di scappamento siano le mercanzie di quei posti. Con la macchina poi raggiungi il bosco in cima alla montagna, dove due vette si passano le braccia attorno alla vita e fanno pelucchie di faggi: lì odori di funghi e cacche di animali alquanto grossi, così orme, così rami spezzati. Più in là, una montagna tozza, se ci cammini sopra è tutt’un susseguirsi di tonfi: la mania suicida delle castagne. Poi arriva la tramontana. La tramontana qua è tutt’altro affare rispetto al vento di terra che arriva fuori Napoli e che solletica le albicocche. Questa qui c’ha la mola, brucia le labbra, piega le costole, sbatte sui legni delle porte e fa tempeste alle finestre. Fortuna c’è legna secca e un buco per bruciarla.

Quei pochi funghi dalla cappella strana… tocca aspettare Michele per sapere se son buoni. Michele è il vecchio paesano, gli manca una mano ma con quella che gli resta fabbrica utensili in legno, e preme e confeziona un vino fra l’arancione e il rosa che, bevuto a forza e per cortesia alle quattro del pomeriggio nel garage come fosse un contrabbando di fucili, t’infiamma dallo stomaco al cazzo. Buono per la notte, migliore per i matrimoni duraturi. Michele passa i pomeriggi al monumento per i caduti in guerra, lì c’è un sole ancora tiepido per qualche ora, e lì c’è Michele come fosse parte della statua. Giurerei che un suo caro c’è crepato nella guerra italiana, forse non aveva mai messo il naso fuori dalla valle e guarda tu come e dove cavolo è finito. Allora lui di solito è lì. A parlare con chiunque passi. Ha la voce aggressiva, i toni di chi deve farsi sentire anche nella tramontana o fra i sassi dove pascolano dure le capre o laggiù dove i faggi sono voluminosi e trattengono gli echi. Questa volta non c’è, e la cosa è preoccupante non tanto perché c’è da definire la commestibilità dei pochi funghi raccolti, ma perché Michele soffre di cuore e non so quanto le bevute pomeridiane lo aiutino.

Buttiamo i funghi che intanto hanno iniziato a rilasciare un liquido scuro, si sciolgono, viene da pensare ai morti nelle tombe. Al suo posto, al posto di Michele, c’è altri vecchi e donne velate di nero. Talvolta ti si avvicinano in manipoli domandandoti contemporaneamente ciascuno una cosa: il tempo a Napoli, il tempo a Roma (c’è un po’ di confusione sulla disposizione delle città), il tempo giù in valle, se c’è porcini lassù, se c’è galletti, lattaroli, sponsi (fungo simile ad una spugna, di fiacco sapore ma assai reperibile nel bosco). Mettono ansia, trattano il nuovo come un muro da scalare, e poi vanno via prima di farlo. Probabilmente non senza ironia. Sì, a cena parleranno a tutta la famiglia della mollezza delle braccia dei forestieri, della indecisione della loro inflessione, e berranno e rideranno tutti. Altre volte invece hanno le facce scure e gli occhi accesi, capiscono subito che sei forestiero: ti guardano fisso e se saluti non rispondono. C’è in loro la forza e l’arroganza di chi ha retto all’impeto dell’emigrazione e fa a pugni col freddo e con la scabbia della montagna per tutto l’anno da tutta la vita. Quello che sembra un presepe per loro è un fortino. Tocca accettare l’arroganza, abbassare la testa fingendo rispetto. Beato il ricco di illusioni. Ma quello è chiaramente un presepe. Di sera poche le finestre aperte, e ancora meno quelle illuminate: altri ritmi, altri orari: è bene dormire appena il sole è due metri sotto l’orizzonte, sostituirgli la lana. Però porca puttana le stelle mi vengono addosso. Noi siamo abituati a una decina di stelle, opache e dello stesso opaco chiarore tutte. Qui si distingue la via lattea, e centinaia di stelle leggere o lontane dietro a centinaia di stelle più vigorose: mi vengono così addosso che a loro potrebbe sembrare di essere investite da me: beato il ricco d’illusioni, egli può mangiare polvere di luna.

L’ultima mattina c’è un funerale. No, non è Michele. La venatura del presepe, che s’usa a strada, è in piena di vecchine curve e uomini tracagnotti. Anche giovani in fila dietro la bara, poi c’è il sole a ricamare sul legno che copre il morto, c’è il prete con due assistenti e l’incenso fresco, c’è un corteo di donne che ognuna ha un mazzo di fiori: scendono a piedi per le mulattiere mentre il carro fa la strada. Un funerale che dura ore. Ha l’aspetto della festa e non è per il sole ma perché il paese s’è svegliato tutto e trabocca dai muretti che arginano la montagna. Molta meno gente a un matrimonio qualche giorno prima: la morte sul cocuzzolo è motivo di vanto, un abbraccio di dignità, mentre a sposarsi son buoni tutti, specie con quel certo vino che sappiamo. C’è perfino qualcuno che è venuto apposta da fuori, una targa tedesca in culo a una macchina sportiva rossa: una corvette, nome da zoccola ma muscoli da maschio paesano. C’è anche una punto con assetto ribassato, rossa, con targa straniera. Questi qui vengono dalla svizzera e hanno le spalle fiere di chi s’è fatto i soldi, magari nella ristorazione. Ma i vecchi, quelli del fortino, lo sanno che c’è più virtù a sgranocchiare le pietre che a mettere il naso nei ciuffetti d’erba. Fossero anche in Australia.  

Pubblicato il 17/10/2007 alle 13.49 nella rubrica duende.

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