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domattina parto, lascio questo

Stanotte c’è lirica, e l’aria se ne affetta di ogni smossa di corda. Capita, meglio che no. La nostra storia è una comparsata meno nitida dell’ultimo sbuffo di vino dello sbronzo, meno anche del penultimo vibrare di una qualsiasi nota sognata l’altro ieri. Forse le mura di cinta questa pelle – ma cosa si usa contro la lirica? Consumarsi come cera. La condanna, il peccato, lo spreco della cera è la rincorsa al fuoco: v’è in essa l’abilità di riconoscere le sembianze della fiamma, e per quel poco lei, la cera, si ritiene della materia adatta a far calore. Cera, ah! balorda pergamena! Arriva a darsi all’informità peripazza del fuoco, a farsi ammollare. Poi, a canto rotto, scivola verso il basso opposta all’afono lodarsi della fiamma, gracchia goccia dopo goccia verso il pavimento usando fili gommosi come bava. Sparisce al fine dalla memoria, che la sua forma imitando quella del fuoco ha pianto su di sé, e se n’è cibata.

 

Ma cosa è che scrivi?

Non è la domanda.

Qual è la domanda?

“Cosa” è già risposta. “Perché”, oppure “quando”.

Allora quando?

Quando non ho risposta a un perché.

E perché?

Ecco, ad esempio adesso.

Non hai risposto al “perché” ma al “quando”.

Il motivo e il tempo sono la stessa cosa quando si indaga.

Motivo e tempo sono le sole condizioni del sì e del no.

Appunto. Forme d’amore.

Pubblicato il 6/10/2007 alle 2.0 nella rubrica duende.

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