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piccolo sciocco raccontino di quella volta che incontrai per puro caso...


Appena annunciato il Deep Blue che, essendo impegnato il Depp Blue, gli risponde il Night Blue. Oggi devo parlarvi di quando conobbi quel tal Lucarelli, un uomo un dispositivo, una macchina un manubrio, una palestra, un bicipite d’intelletto.

 

È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia. C’ero anch’io su quel treno. E c’era la signorina Giovannina che tornava dalle ferie per dare il cambio alla fiat croma di suo padre, il signor Giovandone. Il signor Giovandone, infatti, doveva partire per Lignano con la sua croma, ma senza cambio non è che poteva andarci in folle perché c’era da salire tutta l’Italia. Faceva caldo accanto alla signorina Giovannina, faceva ancora più caldo accanto a Tino. Tino è un bimbo irrequieto, sta tornando da scuola. Sta tornando da scuola da sette anni senza che i genitori si siano accorti del malinteso che avevano avuto sette anni prima con un tale mendicante bulgaro, però i soldi li avevano intascati: quattromila euro per un bimbo, buono, conveniente. Mangiavo patatine alla papaia quando lo vidi, Lucarelli. Carlo, si chiama, ha una giacca vistosa di un blu che è una tortura agli occhi, si avvicina guardingo al finestrino e dopo aver scrutato in direzione degli abeti annota su un blocnotes blu, night blue. Si siede. Ma è pensieroso Carlo, c’ha le ombre negli occhi e suda sui cigli, e poi si spalma il sudore sulla fronte. Fa caldo in treno, e poi lui è grasso, e dove il caldo fa gola il grasso cola, come si dice – o come si dovrebbe dire. Ha tutta l’aria, Carlo, per farci un’idea, di un soggetto cui proprio non riesce la digestione. Infatti – e non che questo possa assurgere a prova, per carità – in prossimità della sua poltrona Tino ha potuto avvertire un molesto odore di cipolla. Conserviamola la cipolla, ci tornerà utile più avanti. Quando arriviamo in stazione balza in piedi e cerca la tabella col nome della stazione; annota; guarda un po’ attorno; si siede mormorando “Latina, ma dove porterà questo treno? Dove?”. Ripartiamo, non è tempo per le risposte, non è treno per le domande. Non ancora. Il ragazzo dei panini gli chiede sette euro per una coca cola e Lucarelli, rifiutandosi, gli fa “dove vanno a finire questi soldi? e chi si fa la cresta? i trapanesi? I piduisti? i pingui pinguini?”. Il ragazzo se ne va storcendo il naso, e Lucarelli mi guarda con soddisfazione, quasi a suggerirmi di pigliarlo a esempio. È stanco Carlo, la sua è stata una vita avventurosa, e tutto ciò che chiede da questo inoltrato luglio è di concedergli la serenità di un posto di cui sappia il nome. Ma è assai difficile: quando entri in un treno senza sapere dove porta quel treno, e in più lo fai apposta per angustiarti sulla meta del viaggio, vuol dire che hai qualcosa che non va. E non è la stanchezza, e nemmeno è il caldo (ve l’ho detto che fa caldo in quel treno?).

Entra una donna, cacchio di spacco fino al fianco, coscia dura e abbronzata che straripa dalla gonna di bluejeans, nightbluejeans. È la signorina Giovannina. Lucarelli nota e annota, ma non gli basta. Le chiede di scavallare gentilmente, perché ha bisogno di sapere dove portano quelle cosce. Dopo il ceffone si agita, lo vedo, ora suda anche sotto ai cigli, e si spalma il sudore sulle gote. Apre un tozzo di pane e ci versa del rosso romagnolo mormorando “tracce di sangue, tanto sangue, ma da dove arriva questo sangue? e dove va?”. Ne beve. Ora, ricordate la cipolla di prima? Bene, Lucarelli è tentato di tagliuzzarla e infilarla nel tozzo di pane, ma c’è qualcosa fuori dal finestrino, qualcosa di spaventoso che solo lui è riuscito a intravedere, qualcosa con le orecchie di peluche rosa, qualcosa che lo fa desistere dal tagliuzzare la cipolla e che, addirittura, gli impone di nasconderla in un posto sicuro e inaccessibile. Ma dove? Lucarelli cerca in mente un posto segreto per la cipolla… ma procediamo con ordine, che poi tanto lo scoprirete Lucarelli dove finisce per infilarsi la cipolla. O forse no. Massì, credo di no.

Passa un’ora. Quel qualcosa che aveva visto al finestrino lo tiene sui tizzoni, così fa col suo ricordo di quello stesso qualcosa (non abbiate paura, è proprio così il periodo: astruso). Siamo quasi a Roma. Lucarelli si è alzato a ogni stazione e, siccome siamo entrati in confidenza, mi ha rivelato che il modo più efficace per scoprire la tratta di un treno misterioso è tracciare su un foglio due linee rette parallele, stile binari. Il secondo passo consiste nel segnare di fianco alla prima linea i nomi delle stazioni che si incontrano in successione, mentre accanto alla seconda linea vanno i tempi di percorrenza. Poi, se proprio si vuole, si può aggiungere a margine il numero di persone presenti in ogni stazione, le pettinature dei passeggeri che con fare sospetto passano da un vagone all’altro, e i gusti dei gelati che quel bambino rossiccio – me lo indica, è Tino – si sta facendo colare addosso. Io penso che Carlo non ha una buona salute mentale. È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia.

La nostra storia invece è la storia di un pacco per dolciumi. È lì, nel vagone di Carlo, proprio sopra la sua testa al posto della valigia. Solo adesso i compagni – mi si consenta la parola, non v’è in essa ombra politica – di viaggio ci fanno caso. Ma è troppo tardi: un meccanismo a tempo di grande sofisticatezza decide che è quello l’attimo: si sente un ticchettio: tic-tac-tic-tac-tic-tac… è l’orologio di Carlo, non c’entra niente col pacco, ma il momento è comunque arrivato: il cioccolato si scioglie come un’inondazione, violento e nero e viola. Il vagone in un battito d’orologio ne è colmo, e la signorina Giovannina viene sbalzata fuori dal finestrino tutta sporca di cioccolato. Tino annega nascosto fra una valigia e una valigia (fra due valigie). Così gli altri. Solo Carlo fa il possibile per salvare delle vite, e inizia a bere. Beve tanto Carlo, fino a riempirsi lo stomaco. È dura capire come abbia fatto, ma in un baleno è riuscito a svuotare il vagone di tutto il cioccolato. È sorridente adesso, un po’ sudato (d’altronde fa caldo su quel treno), ma è felice: sono tutti ancora vivi, respirano. Lui rutta, e non è un’altra storia.

Poi, saranno state le quindici e sessantaquattro, almeno così segnava l’orologione trecentesco della stazione di Ponzo Ballònzolo, a Carlo inizia a borbottare la pancia proprio mentre i soccorritori affollavano il vagone. È un leggero brontolio, dapprima. Poi più forte. Carlo si guarda attorno, è timido e l’idea che i presenti possano ascoltare i giochi della sua pancia lo fa arrossire. L’emozione, il caldo, il cioccolato: una scarica di diarrea che non finisce più.

 

Tutti morti, su quel treno.

Un solo superstite, che s’è salvato per essere stato scaraventato nelle campagne limitrofe, che è in buone condizioni se non fosse per un bruciore al deretano.

È Carlo.


O'Munaciell'

Pubblicato il 5/10/2007 alle 16.43 nella rubrica 'O Munaciell'.

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