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massì, sopra viverò

 

Ho sostituito al portatile la bicicletta, e me ne viene bene. Come un mitico sollazzo, come un palpito da placenta, alle 15 è fin troppo tardi per uscire, sole in nuca, gamba in noce, ruscelli caldi dalla fronte frondano il puntolo del naso. C’è un gradevole e primordiale – i due aggettivi si chiamano a vicenda – senso di sfida nella randella, nella catena dura. Tanto ben fatto è questo sfiorare il male di sé quanto riuscita è la stasi marmorea del quadricipite alla sera. Mi doccio. Mi siedo. La contemplo. Poi, più in là, c’è il portatile musone che adesso provo a dargli di clitorideo, ma sbuffo dal naso come un cane pigro e lo lascio là… che domani pedalo fino a Portici, vado a vedere il mare e la nonna, ma soprattutto il mare, e per arrivarci salgo questi centopiedi di vulcano che mi circondano, li domino. Eppure mi pare superfluo ogni dominio, perché col vento delle 15 che trasformo fresco alle mie guance sento di non avere limiti: sono i piedi, il corpo, la sola forza mammifera. Mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte. Aspetto l’esito dell’occhio del poeta. Aspetto con fiducia, so che so che so che lui sa. Ed è, il poeta, una bolla di passione che non sta mai ferma. Nel frattempo mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte, e so, mentre il poeta legge, che ho scritto solo la seconda cosa degna. Poi mi dirà. Nel frattempo il resto è cacca secca. C’è più luce a volte, scopro che sono solo ottanta anni da passare facendosi mancare il meno possibile se stessi, e godere di ciò che si vuole sbattendosene se quel volere è riconosciuto da due, trecento, o sette miliardi di persone. Vorrei una discesa, ma cosa rinfrescherei se manca la salita?

Pubblicato il 29/7/2007 alle 19.21 nella rubrica duende.

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