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Io non posso farci niente ma il titolo di questo non lo conosco

 

1

 

Faccio un lavoro sporco. Curo il futuro della folla. E mi sporco. E alle 19 circa il centro commerciale è un precipizio verticale d’acqua e occhi. Quindi mi sporco standone fuori. Figurarsi il terrore, l’indecisione a scegliere una faccia, aprirla come melone, entrarci, splash… a volte si impara a nuotare per comodità, ma bisogna conoscere alcune leggi fisiche e la soprannaturale formosità delle antiche strade per il mare. Altre volte si impara a nuotare per paura di mettere le gambe giù dove l’acqua si solidifica. Perché curando il futuro della gente i posti inaccessibili alla congrega sensoriale si credono nugoli di striscianti proboscidi, e felpe macellaie, e bipodi fluorescenti che trasfondono connivenze di caldo e freddo. Che madonna di spettacolo ad avere gli occhi ai talloni! Allora ti metti di lungo, impaurito, e ti muovi come un’anatra. Ma non ti sporchi così: questa è la vita dei figli di qualcuno: quando ti basta muoverti per essere lieto vuol dire che qualcuno ha ammazzato tutti gli esseri che ti vivono sotto, dentro, sopra le nuvole.

La vita mica è davvero una strada? E’ una palla di asfalto, e devi starci fermo prima di muoverti. In sostanza ti tocca solo individuare il punto e lanciarla, la vita, non percorrerla. Ma quel punto è…

 

2

 

Faccio un lavoro sporco. Dicono le lenzuola che la mia stanza è irriconoscibile, che sembra un pittore che s’è sparato in bocca. Molari sparsi nella mia stanza e angoli mai sgombri. La bocca di un pittore mutista che si è sparato in bocca sembra la mia stanza. Il lavoro che faccio – io, stanza – obbliga a riflettere su pendenze distorte, perciò si dice sporco, perché la strada dritta sembra anche pulita. Intanto un tonno lascia continuamente parti di sé compresse in una sezione di cilindro di latta rosa, e mi sembra un’ottima intenzione, quasi un’invenzione letale quanto il fuoco. Ma letale… è stupendo. Io intendo… io invento… io il vento, la stanza e il cervello, un borsone sempre pronto, gesù che regge il mio pigiama estivo nel frattempo che rassetto e mi sniffa il pube, un pantaloncino corto e largo, figli di registi, fili di un paio di scrittori, un unico alitare di foglie unte col lume intermittente dell’anelato, ho smarrito anche l’anello al naso, deve essere qui in qualche carta di caramella mangiata. Carta su carta, lettere così babeliche da essere invisibili: “essere”? non è troppo questo?

 

3

 

Faccio un lavoro sporco, poi la pressione dell’acqua qui in Qampania è assai bassa, muco d’olio sverginato, ma basso anche il sole e la schiena avvezza ai tamburi del primo credo. E di notte c’è un via vai di esigenze che mi pare di soffocare a crederle ogni volta sempre più perse se non prendo un filo e un foglio. Eppure c’è sempre qualcosa che si perde, i l l i m i t a tamente, al doppio del tempo con cui il resto si aggancia. Forse dovrei accettare l’ipotesi di mangiare solo e così tanto tonno da farmi pareti di latta rosa.

Pubblicato il 24/6/2007 alle 12.14 nella rubrica duende.

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