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Le conseguenze dell'amore



 

Ci vado con le molle con Sorrentino. Mi capita quando spero di avere a che fare con qualcosa di valido. Già l’amico di famiglia, l’ultimo, mi obbliga a questo: il regista è saltuario italiano che vale pieni gli otto euro scarsi del biglietto. Questo film è pensato bene, scritto meglio, e pittato una favola. Il guaio è che per ognuno di questi tre punti ci sarebbero dieci righe, e so che annoierei, allora parto rapido e confuso come fa l’emozione.
Il tono, il colore, il tatto caldo e nitido di una disgrazia come una fune, presagita, ma che poi ride delle venature di canapa che la compongono: ironia… ironia nera… aggressiva. Dentro un ritmo lento di sussurro che mai ingolfa e che tiene incollati senza apparenti cause o fini. Cioè non si sa dove si va, ma ci si affida che è un incanto. Poi arriva – a volte capita, ma è una rarità – un momento mistico in cui avverto amore per – causale – il film, ma che mi investe rendendomi particolarmente invulnerabile a tutto il resto, come a dire che se esiste la tecnica, l’artigianato, per fare un momento così allora significa che l’uomo ha ancora qualcosa da dire. Nel particolare un crescendo d’archi, un uomo non vissuto, una mora con occhi di tempesta, e una non identificata ma armoniosa prosa.
Poi parte il film a sorpresa come un segreto svelato in vena dall’ago, e ci si scopre allo snodo in cui il male – fantasma solo fiutato – si traduce in ciò che più d’ogni altra cosa fa materia: grana. Quel punto esatto. Anonimamente esatto. Poi giù, a spirale, fino al vertice della cupola (lì c’è cheta cheta la battuta del secolo, affissa alla parete… poi mi direte). Il protagonista? Sì, rispetta un’evoluzione. L’aveva anche capita prima. Ma per bagnarsi di tempesta tutto si fa, pure il cemento.
Forza Sorrentino!
(anche qui)

Pubblicato il 28/5/2007 alle 19.59 nella rubrica cinèma.

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