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L'amo e l'odio




 

Molto spesso sento dire che Napoli è bella, e tanto basterebbe. Che c’è il mare, un bel cielo, qualche castello e lo skyline col Vesuvio. E poi la sua chioma spettinata da prostituta gratis. Che fa colore. Che fa sapore, amore, dolore e passione. Signori Napoli non è bella. Napoli ammazza, soffoca, succhia cervello, Napoli è un commercio a vendersi, Napoli tradisce mentre coccola. Napoli è una bara affollata. Arrangiarsi, pure si sente. A Roma -torno adesso- c’è una corona di verde attorno alla città che pare di respirare nonostante i 34 gradi. Cioè, in un minuto lasci l’ultimo sasso imperiale, passi un quartiere con qualche parco, e poi sei in una campagna che è una dolce collina di puttana che paghi dai 300 in su. Anche Roma è molto bella, più ferma, più arco traiano, meno troiaio senz’altro, ma è quella corona verde che a me m’ha stregato. Ogni mia precedente visita era stata una visita al centro, fra i sassi e le turiste spagnole. Roba consueta, pure imitabile. Ma attraversarla verso l’esterno è speciale perché solo dopo la corona inizia la periferia. Napoli ha permesso che i suoi piedi fossero tirati fino al confine con l’avellinese, quasi, e fuori dalle mura è tutto un brutto grigio annerito dagli scarichi che si prolunga estenuato. Non so, penso al catetere. Poi penso alla difficoltà con cui una volta ho sollevato una persona morta, quasi impossibile, ma attappi i sensi e fai.
Quando sono uscito dall’autostrada ho visto prima il vomito di un cassonetto che il Vesuvio. Lui, il sommo, strafottente e azzurro come se la cosa non lo riguardi… come sempre poi… quello ne è un altro. Mi perdonino i miei concittadini: io amo questo posto perché mi ha reso me, mi ha fatto io, però ho visto qualcosa di Sao Paulo, per caso, e il terzo mondo non è preannunciato da linee fluorescenti né da tintinnii elettronici. Arriva così, col ritardo di un monnezzaro, e poi resta a convivenza necessaria se non comoda. E non aspettiamoci che chi può far qualcosa lo faccia, perché dagli attici non si sente il putrefarsi delle teste di triglia e di lattuga, ma solo un vago senso di sopravvivenza, di galleggiamento. Sotto, paisa’, ci stiamo noi.

Pubblicato il 27/5/2007 alle 11.50 nella rubrica mirada pirata.

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