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Le vite degli altri



Straordinario viaggio nell’intimo della Germania Democratica, nelle viscere a doppio taglio della Stasi, percorrendo i dorsi delle sue mani bagnate di adesivo mentre scovano negli armadi, sotto agli interruttori, nei canali dei muri e nelle teste di chi pensa. Una specie di piovra assai acuta ed efficace, mossa però – come si conviene all’arte e alla vita – dal bassoventre, dalla tetta bella e bianca, e dall’amore di sé. In una dimensione essenziale, torva come ci si immagina l’unico mondo più tedesco di quello tedesco: la Prussia. Passi lenti, calibrati, non una parola di più nemmeno sulla libertà di parola. Di espressione. Di pensiero. Di movimento. Per noi pasciuti in questa penisola senza confini è impossibile immaginare cosa voglia dire essere rinchiusi in una patria come uno starnuto che non esce. Senza alcuna grazia, ed è efficace la ripresa scarna a rendere questa implosione d’ossigeno e microbi. A questo il teatro. A questo il pulsare ritmico e blando della sete di spazio… quando ogni fede cade tranne quella nella voglia – nella speranza – di essere un po’ buoni prima del sipario. Pare che Lenin abbia detto che se avesse ascoltato Beethoven non avrebbe portato a termine la rivoluzione: Sonata Per Gli Uomini Buoni.
Il film è nudo, come il re e la verità. Come un muro di una casa sfilacciato e come l’altro, di muro, caduto triste e allegro in mattoni mai visti.

(via eco)

Pubblicato il 25/5/2007 alle 11.56 nella rubrica cinèma.

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