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Il diavolo veste prada /4



Annoiarsi davanti a luci e immagini che girano con un ritmo alquanto sostenuto, sottolineate da musichette leggere e familiari per via del mezzo, è roba che sovverte qualche legge sensoriale umana. Questo è il mondo dell’immagine in movimento cazzo!, e annoiarsene è davvero brutto segno per un film che porta nel titolo come soggetto il diavolo. Nel senso che io, spettatore mediamente informato sul passato della mia gente, m’aspetto un meccanismo – foss’anche semplice – che mi va a sfruculiare il bagaglio più fondamentale della coscienza: il male e – per par condicio – il bene. Invece questo diavolo qui può appellarsi quanto vuole alla faccia da gabinetto di gran lusso di Marilyn Streep, ma non riuscirà a farsi spuntare manco l’ombra di una punessa. E questa della Streep non è un’offesa, ma la certificazione di un merito e di una vaga imprescindibilità da bisogno primario. Il punto però è che lo spettatore medio, cui m’innalzo per prenderne voce, dovrebbe prendere i Prada e i Gucci e gli argillosi defunti valentini per asciugarsi l’umido del post-bidè. Questione economica più che altro. Di priorità, a voler essere politici. Eppure mi va detto che il cinema vende sogni, che offre l’illusione di avere nel palmo materie che lo spettatore medio non potrà mai avere. Ed io lo ammetto, ma delimito il campo: sogni e materia vanno imbastiti con una certa architettura altrimenti è aria fritta e digerita.
Il diavolo veste Prada è una puzzetta.

Pubblicato il 17/5/2007 alle 17.27 nella rubrica cinèma.

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