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Un attimo qualunque

Irrequietezza è precisione d’azzardo quando sei statico e aneli ai fruscii sulle braccia, e quando li hai senti frastuono quel movimento da chiederti di fermarti. Sarà pure bislacca l’ora, una sentenza d’assoluzione con a seguire l’imprecare di un gomitolo sfilato di stomaco, e allora da piccolo ero portato a fraintendermi, credere che tutto fosse riconducibile – per mano, a mano – al mobile del mulino bianco, i soldini i tegolini i tubolari qualsiasi di cioccolato e i togo, oppure a quei giornaletti sconci con le donne che facevano step col costume sudato (?) o bagnato (ma de che?), trovati sul sentiero d’erba verso i binari fra un filtro di spinello e un oblò di lavatrice. Invece niente di tutto ciò. Quasi mai quello che ti chiede la testa l’ha comandato il corpo. Ossia mai in quei casi in cui tutto ti pare e niente ti basta. Da piccolo sì che lì c’è l’abisso. Poi dopo impari a farci i conti. Proprio a contare, che nemmeno è un bel gesto. E’ che stabilire l’età in cui ci si accorge che il capoccione ha un ecosistema tutto suo – fatto di ombre e cose che non ti dici, di perlustrazioni d’angoli e decolli di parole – non è tanto facile per noi autodidatti timidi. E non è perché uno crede di averci dentro qualcosa di tanto prezioso da otturarla al mondo. E’ più… è più la voglia di farsi prendere. E di essere quindi spesso così assenti a sé da perdere i confini della materia, partecipare. Di trovare una molecola di ogni natura che permetta di traslocare temporaneamente, come astrazione, come concretezza tanto affilata da permutare carezze per linciaggi.

Pubblicato il 15/5/2007 alle 23.34 nella rubrica duende.

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