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La durata di una nota, l’affare che si spezza, aritmico urlo di ogni giuntura. Eppure a ogni straziato cuneo corrisponde, chiama, un millimetro di neve e immarcescibile fiore per cui pena, ogni pena vale. Quello di dopo, il silenzio, rasa il cuoio delle sublimi imperfezioni che velano e innalzano… però dio se prima non s’è carezzato idrogeno poco c’è mancato! Su questa zolla ci teniamo stretta la condanna di essere chiodi nati nella carne, e si sa quanto i rossi s’incestino fra loro, e la ruggine altro non è. Però anche godere in bocca a Fausto. Su questa zolla la condanna d’esser chiodi è una proiezione del volere assente del ciocco, della noia della mano armata, dell’amaro metabolismo dell’acido giovane, della cecità visionaria d’una cosa fatta bene, fatta meglio di qualunque miglior modo per farla, della vita iperbolica dell’abilità, e della morte, gloriosa morte della lotta. Quando io stringerò il pugno tu allargherai la faccia, e gli zigomi faranno ponteggio per arcobaleni intercontinentali.

Pubblicato il 11/5/2007 alle 16.29 nella rubrica duende.

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