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Everything is illuminated



“Overture al cominciamento di una così rigida ricerca”, dice un ballerino di prima classe, superiore, di Odessa che ha imparato l’Inglese dalle canzoni hip-hop e Michael Jackson superiore come lui. L’Ucraina vista così fa bava al palato, piazzata di sbieco in mezzo alla storia da cinquant’anni fa coi nazisti ad ora, col ritorno di un nipote che cerca pace per il suo nonno volato negli States, e cerca la terra dove fu sepolta la donna di quel nonno. Ma c’è un altro nonno e fa da guida, e campa come guardando sempre altrove come il posto suo non fosse quello ormai da decenni, come fosse sdraiarsi dopo una pallottola nella stella di David in mezzo ad altri morti più di lui, di certo più di lui, perché lui s’era rialzato buttando la sua veste e la sua pelle, rinnegandola. E allora sì che campa con la voglia e la paura di rimettersela, e alla fine la trova in una vasca, dopo che già tutto si sia illuminato o, per lui, nell’attimo preciso in cui arriva la luce.
Il film è delicato come passo lunare, mai scorbutico, fatto di immagini più parlanti e più comprensibili del cirillico che dicono gli attori, e colorato da quel prendere la vita come fosse non una cosa seria. Però arriva il momento di affondare la stoccata, e ne fa buco il colpo, ma è ancora un buco d’armonia che fra un tromba e un violino dice che il passato ci scorre al fianco per tutta la vita come noi scorreremo al fianco dei nostri germogli.
Illumina i vincoli, i traccianti, le venature della carne e dell’uomo e della sua storia, come a guardare dall’alto molto alto.

 

Segnalare i film, in quest’epoca di pubblicità che dona valore e sottrae grazia, e se manca nasconde, è la ribellione culturale che ci resta.

Quindi grazie di cuore.

 

Pubblicato il 8/5/2007 alle 12.42 nella rubrica cinèma.

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