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vaginale

Per cui, cespuglio vernacolare, subissando arterie t’arrotondi su quanto in me fa circolo, e poi sciogliere il sole nido d’api e cristalliformi ceppi, perché sai il dipinto del vapore che va dove ogni vetta muore. Al freddo. Quanto tagliente il vaglio delle brume cariche di ortica, che io per gioia dica in me è natura affine, è la corteccia d’ogni castagno, e la stesa muffa dello scoglio a picco sull’esiguo schiocco di mare che pure ha la sua fossa. Di quella fossa canto il tempo, di lei cantarono le radici d’ogni ago nero o neo. Se tu, donna tu, pezzo di roba che nel petto torni a ricordare i miti di mele con fanghi, conservi scrigni e chiavi dell’impiccarsi dei miei lacci ad ogni passo, come di un uomo e di tutti in uno adesso, rotto il pianto del mito asciutto, prendi ostaggi dal giurar vita dopo la notte.
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Pubblicato il 14/4/2007 alle 11.43 nella rubrica duende.

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