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The departed


THE DEPARTED

Inizia che siccome inizio ignorante d’ogni preparazione – e non parlo di trama ma di produzione – subito mi pare d’averlo annusato già ‘sto film. Una roba cinese di qualche annetto fa, mi pare. Più avanza la trama e più l’ho già visto, ed è quello spiaccicato proprio, solo coi biondini al posto dei musi gialli. Che si senta la mano di Scorsese è palese come uno scorsoio, però, cazzo, è Infernal Affairs sì! Ma il come, qui diciamo. E sia. La musica di sotto non invade mai e resta lì come il lenzuolo sui fianchi della bella, a sfiorare la perfezione e altre più sporche corde. E resta sospesa come la donna che tutti attrae e che tutti ama. Poi nella prima metà c’è un’ironia, c’è un’ironia che, non me ne vogliano i bigotti che palpitano a scovar razzismi, i coreani o gli honkonghesi non si sognano manco lontanamente: i personaggi si abbandonano a piccole follie nei dialoghi, perché è bello a volte perdere l’inibizione. Come una picca che si spezza. La storia è quella linea di matita 4 fra bene e male, con ad aggravare un paio di propaggini come appendici o cazzi… a proposito “in questo paese non aggiungiamo mai centimetri al cazzo” dice un Nicholson per cui trovare aggettivi, oltre ad annoiarmi, sarebbe levargli indebitamente quei centimetri di sopra – o di sotto. Trama fitta, copiata sì, ma fitta e più ricca, alla meglio goodfellas, e atmosfere e personaggi fatti a mano nella creta. Però quando c’è la conclusione, e i due s’incontrano appianando la scissione e svelando il doppio di sé a se stessi, c’è stato qualcosa che qui è mancato rispetto all’Infernal Affairs: pathos. Lì c’era una certa solennità. Qui se n’è persa un tot nello show, ma è cosa nota che quello americano è cinema di parlattori, e capita che parlando parlando – come me adesso – si smarrisca la rotta. Concludo con grandi attori, grande regia, ottima sceneggiatura e finale migliore dell’originale. Le considerazioni filosofiche sul tema sono troppo intime, quindi a ciascuno le sue. E a chi risponde male gli ficco una palla in fronte senza niente di spettacolare, mentre si apre l’ascensore, mentre l’ascensore scende. Fatemi un pompino.
Ehm…

 Aggiungo una cosa senza fare nomi e, perciò, sturbarvi la visione: il finale, proprio l’ultimo proiettile e il suo ultimo departed, mi dicono che il male vince, a dispetto della sostanza: la forma, il come, ha la cravatta e la profilassi del male. Detto questo, fanculo sul serio.

Pubblicato il 24/3/2007 alle 16.13 nella rubrica cinèma.

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