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Colla faccia nel nido

Gli uomini erano quasi tutti molto magri e avevano il bastone. Quello che mi colpiva di più nelle loro facce, è che non vedevo i loro occhi, ma soltanto un lume senza splendore in mezzo a un nido di rughe. Quando sono stati seduti quasi tutti mi hanno guardato e hanno scosso la testa imbarazzati, le labbra tutte mangiate nelle loro bocche senza denti, e non potevo capire se mi salutavano o se si trattava di un tic.

 Oggi ho iniziato il corso di letteratura spagnola, cioè la professoressa... Io ho iniziato invece Camus, lo straniero. Ho deciso di aprire il libro in aula (l’uomo preparato se lo porta apposta, quando va dall’oculista, dal dentista, e a qualche corso tenuto dalla noia imbacuccata, eppure io non sono affatto un lettore…). L’ho aperto quando attorno ai ricci della professoressa giravano parole che non m’appartenevano, su qualche trattato teologico che non si sa come influenzerebbe l’amore. Sottovalutare il come mi pare da ominide. Mi distraevo, nascosto il libro dai capelli di quella davanti, distratto come ci fossero donnine splendide in tenuta balneare, e non mi pare ci fossero – stia tranquilla bambolina: lei è più bella dello specchio. E così già spariva nel nido quella voce impertinente. Questa parola che credo di aver usato pochissimo nei miei testi, il nido, è straordinariamente efficace. E la usa, Camus, anche più avanti, il nido, mentre la spiegazione d’altro vagava indecisa su nomignoli di convenienza, come si trattasse, col nido, di spargere pieni fra vuoti e di osservare il tutto con la verginità dell’uccello sbattuto via alla consistenza delle sue ali. Poi un giorno, se divento lettore, vedo un po’ Sisifo che e se mi fa.

 Grosse lacrime di stanchezza e di pena gli scendevano sulle guance. Ma, per via delle rughe, non gli colavano giù; si distendevano, si raccoglievano, e formavano una vernice d’acqua su quel viso distrutto.

Pubblicato il 22/3/2007 alle 21.9 nella rubrica duende.

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