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L(’)oro in fuga

                                  Racconto del Munaciello
                         
... è sempre tempo per un colpo di scena...
                      
Lei corse in auto prima che le sirene si facessero azzurre per esser vicine. Morse l’acceleratore con forza mascellare, senza affatto distrarsi per la smagliatura nella calza, e incrociò la strada fino all’ingresso della banca. Lui uscì, sudato e impaurito, col ferro lucido dell’arma sotto al sole, e le ciocche di capelli a fargli lo sguardo selvatico. Balzò in auto e furono già in corsa. Imboccarono il viottolo per la collina gialla, che si sfarinava dietro all’auto levandosi in aria da sotto ai copertoni e oltre il paraurti. Dietro di loro una colonna di gazzelle ululanti mangiava la stessa polvere di collina, gialla sui parabrezza, davanti ai vispi berretti delle guardie. Ma lei non guidava da anni, poichè in carcere non è che ci fosse gran disponibilità di quattro ruote, e, sebbene avvalorasse il suo istinto di sopravvivenza carpendo a intuito i mutamenti del dorso del colle, le auto dei poliziotti mostravano maggior sapienza a quella velocità. Metro dopo metro la polvere si sollevava sempre meno dall’auto in fuga, segno che il pendio stava sforzandosi di assecondare un diritto terreno più che divino, e segno, al contempo, che l’istinto di sopravvivenza di una rapinatrice conserva pur sempre dei limiti raggiungibili per quanto lontani questi si presentino.

La testa della colonna speronò l’auto dei due, una prima volta, con tonfo secco di lamiera. La seconda volta il manubrio perfino ne subì il colpo, e la donna non potette evitare che le ruote deviassero il loro bel faccino abbronzato verso il burrone a destra. Prese la discesa, l’auto, per venti metri circa, fino a schiantarsi in un tronco avvizzito sbuffando vapore dal cofano anteriore. I poliziotti scesero dalle auto lassù in strada, e si rotolarono mano all’arma giù verso i due fuggiaschi, con facce ringhiose, mentre i rapinatori, ripresisi dallo stordimento dell’urto, sgattaiolarono dai finestrini e si diressero in avanti. Costeggiavano l’orlo del precipizio tenendo ben stretto il sacco coi dollari e badando, con altrettanta cura, a non sgualcirli oltremodo. L’uomo all’improvviso s’accorse che una flottiglia di nuvole aveva fatto banchetto del sole, e il cielo adesso era d’un tono più basso, torvo, quasi fosse più vicino. Così le sterpaglie, che erano l’unico schermo protettivo fra loro e il baratro, a destra, nude della loro ombra, sembravano mortali e inspiegabilmente puerili. Dietro, quelli andavano con la decisione che è arma impropria del superficiale, o di colui che è avvezzo a non meravigliarsi dei piccoli miracoli di colore, ma che grazie a questa indole numerologica giunge prima, e meglio, alla meta. Per cui gli erano a poche decine di metri.

Lei rallentò non appena se ne rese conto, sedotta dal fetore della sconfitta, che è come un’etereo mastice, e barcollò nelle ginocchia, belle, le ginocchia, rosa di perla, a contrasto col dorato della terra. Ma lui non seppe andare avanti, perché l’amore è sacramento che ordina di essere osservato e concluso proprio quando è prossimo all’agonia… così fece quel passo indietro, e la raccolse, mormorandole poche parole all’orecchio, poche ma fitte. La portò con sé spellandole le ginocchia, facendole stillare sangue sui sassolini senza che ciò gli causasse il minimo dubbio, infatti anche l’uomo, per quanto si adoperi a drizzare il capo fra le altre bestie, è in fondo un animale capace di lasciare la pelle a terra pur di proteggere ciò che di essa si avvolge.

Una curva, lì davanti, verso sinistra, mentre a destra ancora minacciava il precipizio. Lui la percorse velocemente, scivolando poco nelle caviglie, ma immediatamente sbiancò quando s’accorse che pochi metri ancora ed era burrone anche davanti. Il sentiero era finito. Serpente sospeso nel burrone con la forza della coda, e dietro i poliziotti… che già le loro parole iniziavano ad essere distinguibili: non più suoni continui e arrancati, ora minacce, intimazioni ad arrendersi, notificazioni della mancanza di alternativa. Tornare al carcere equivale, per chi c’è stato, alla definitiva rinuncia non della libertà, ma del ricordo di essa, e i due stavolta erano prossimi alla fine delle loro storie individuali, ed anche della loro strada comune. Quando misteriosamente – come per intercessione astrale, anzi: per intercessione astrale – le nuvole si dileguarono, lente e assonnate, quasi brontolone, ma soavi come zucchero filato premuto sotto al palato, finchè non tornò il sole con tutta la sua aria di trionfo sulle spalle. In pochi istanti la temperatura salì. Non troppo, un grado, forse. Ma tanto bastò a far sciogliere il burrone, e i due amanti, poiché lui era cuoco e ben dimesticava di quelle circostanze, si appollaiarono su una noce di collina e fecero per staccarla dal resto della montagna. Così fu. Quella, prima slittò giù delicatamente, poi si staccò e precipitò. Ma i due si tenevano ben stretti l’una all’altro e l’altro al pezzo di burrone, e quando toccarono il suolo erano liberi e soprattutto incolumi, perché il burro è morbido, e assorbe il colpo.

O'Munaciell'

Pubblicato il 20/2/2007 alle 23.52 nella rubrica 'O Munaciell'.

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