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sessanta vuoti in più

                

A fronte del ricco numero di cinematografi di Napoli e provincia, e dell’ancora più abbondante quantità di sale in essi comprese, mi viene da sbattervi in faccia il misterioso dato che vede una sala una, oggi, febbraio 2007, che proietti l’ultimo di Lynch. Cento miseri posti nella più grande città del meridione del paese che dette e dettò le mosse al rinascimento. Cento miseri posti dei quali, con ovvia spiegazione e senza la minima puzza di sorpresa, ne erano occupati ben quaranta alle 15.20 di una domenica pomeriggio, piovosa al centro. Con inizio di spettacolo previsto per le 15.30. Insomma, lasagna digerendo e dirigendo Lynch. Chiasmo, si dice. Asma, invece, a sentire le due vecchie bacucche davanti a me: due donnine ricce e ossigenate di cui una, in sfoggio di foulard da reduce sessantottina con ampie conoscenze di cinema francese, già dopo venti minuti di film (chi conosce il regista sa che i primi venti minuti, ma anche quaranta, sono mozzarelline e rucola) mormora all’altra testuali parole “confusionario questo qui”. L’altra, ben più traccagnotta, a regolari intervalli di minuti cinque chiedeva del personaggio maschile in primo piano “è il marito quello?”. Sempre dello stesso. Mai che lo chiedesse dell’altro personaggio, mai. La sessantottina imborghesita annuiva con pazienza, ma ricordava con pari insolenza quanto confusionaria fosse la narrazione.
Ora io dico, belle befane che fate la sfilata di gioventù calpestando invisibili prati di crisantemi (il mio è un discorso cerebrale), ma che cazzo ci siete venute a fare al cinema oggi? Andare da Lynch è volontà. Pura e semplice. Sai che niente ti dirà della crisi mediorientale o della morte della coscienza della sinistra, niente di morti solenni e nessun amore limpido. Con Lynch devi instaurare un dialogo, mica vola colomba bianca vola?
Poi qualcuno ha abbandonato la sala. Qualche altro rifugiava al cesso in verdi lampeggianti la sua inadeguatezza. Quando le luci si sono accese certi ometti si sono guardati in cerca di pugnali e convenienti harakiri. O cacciaviti. Io sono scappato sotto la pioggia dicendomi che forse cento posti sono pure troppi. Un’intera sala è sprecata per questo pubblico, e il prossimo rinascimento non sbucherà certo dal culo di questo paese.

 

Del film ho alcune idee guida. Alcuni fili da sbrogliare. E, se la penna non mi scoppia in mano, sarò felicissimo di parlarne sul libmagazine del prossimo lunedì.

Pubblicato il 19/2/2007 alle 15.0 nella rubrica mirada pirata.

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