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Il discorso dei dodici anni al tempo del teologo

In quel tempo la Palestina era poco più d’un soprannome: come che c’erano certe donnuncole che s’erano beccate la fissa dei muscoli, a quelle lì le chiamavano “le palestine”, con tono spregiativo, senza prezzo, o fissa dimora. Così Gèsu, era lo zingarello a dodici anni, lo zingarello che veniva con la sigaretta finta a impressionarti sulla sua matura dissolutezza, al tempio, nei giorni pari, perché nei dispari buttava tutto all’aria per la immacchiolata gioia degli aquiloni felliniani. Ecco, il picciolo Gèsu proprio no capiva i discorsi dei paggi e dei teologici, ciò non di più aveva la su ponenza di mettersi in mezzo a loro, individualmente (in mezzo a uno vuol dire all’altezza dell’ombelico, a voler essere elegante nel parlare, a tira’ pompe e rompe er cazzo). In mezzo si mise disabbigliato a parlare così: “Quantunque ovunque vostre eccellentissime cervella si librino elevandosi alla terza, di sottoscala, io potrei illustrarvi nonché la giacca oltre alla scarpa: i’ddio è mi padre perché solo questo grado di parentesi ho capito al momento – giacchè mi si dice che la mi mamma m’ha fatto senza cazzo, all’atto, sicchè non m’è mica chiaro cosa, chi e dove, sia ‘sta mamma – or dunque dio è papà non solo di me quanto di più. E non vogliate voi voler desiderare la figliolanza di un essere così giggiante e luminosescente oltrechè oltremodo saggente?
Illustrissimi i sapienti e teologici si guardarono sconfiatati, pure sì sgonfiati, nelle loro bocce, disarmandosi di spocchia. “Che tu, Gèsu, vieni a farci a dirci?” chiese Armando il teologigio, e aggiunge “mi m’han detto che… che ogni un parli per sé”.
Allora il bimbo dodicianni ce lo disse a Gianni tozzoliandolo col gomito di lana – datosi che in quel tempo c’era la bimestrale della glaciiazione – e poi sì che ce lo disse pure a tutti gli altri, con gran di loro sorpresa, e fece a modo più o me così: “In verità in verità ti dico, Armando, oggi stesso tu correrai pei campi con i crampi alla medilla, perché hai usato bestemmiare contro di’ di me se hai il coraggio, che sono il figlio di mio padre. Tutti giù per terra!
Detto il fatto i tegiolonici si chìarono genuflessi, i fessi, non tanto per l’ottunda di minaccia che a occhio e croce pareva essere stata. Ma più tosto per quel molle lemma, quel lemmolle “medilla” che popio no esisteva fino a quel fragente. S’apre un falla nella folla: bocca di Rosa! Eccola! Eccola!
Papà, somiglia a un caspio!” disse il piccolo Giannino che all’epoca giocava ancora a guarda i ladri. Gli fece il padre di Giannino a Giannino: “In verità in verità di’ tico, Giannino, d’oggi in avanti chiedi e di’ sarà tato, ma non a me, ma a quello lì che staparla: colui che muove il cielo e l’altre balle”.

 
Rendiamo grazie e pane rubato.
Alain.
(Lupin)

 

 

O’Munaciell’

Pubblicato il 15/2/2007 alle 21.12 nella rubrica 'O Munaciell'.

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