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sonata in times new roman

Sfoglia pagine, paggio del curatore d’archi, di libri che dormirono esposti ai lamenti del mare in burrasca. Vòltala, e dimmi oltre il dito umido cosa avverti, se neve se gelo, se tropico. Quando lo scorpione attacca non vedi partire il suo schizzo di pozione, così c’è chi dubita dell’amplesso medicamentoso della voce del deserto. Vorresti essere un pirata argentino, vero? Calibrare la puntura del fuoco da basi di ghiaccio, questo è il tuo più intimo sogno. Murarsi per metà in una parete erosa dalle chiocce brune, e forzarsi alla rinuncia, o all’accusa. Quella metà, che sia dentro o fuori non occorre. Forse un legno che dondola per nettuni, a liberare il dorso dove si calpestano correnti azzurre senza bisogno di toccarle, forse lì c’è quel pezzo che manca. O forse in giro, perché poi a fare il tondo si sfiora il centro, non mano a pungersi, e sappiamo quanto il centro sia fuoco e pianto. Ma poi la musica s’arresta prima della verità, e ogni linea di pensiero, sai, di quelle che senti possano e vogliano giungere in un luogo nuovo, crollano con tale rapidità, come mela casca, che qualsiasi altro sano essere – questo sano ti esculde, lo sai – non avrebbe remore a ritenerle illusioni, giochi di vapori e  riflessi di mira. Miraggi, volgarmente. Sto a chiedermi d’amore quando non avrei mai pensato possibile questa primitiva debolezza, possibile o lecita a me, che potrei raccogliere nei palmi l’invidia di Nembrot tanto è l’amore cieco che mi doccia e m’innalza su colonne d’acqua, quasi, acqua. E che nel passato d’ognuno c’è – deve – un buco, l’ha scritto mai qualche traiettoria ascendente? Una pozzanghera che per adorare la luce si denuda del gioco, della forza, e va al sole col riso del leprotto, della tartaruga di maggio. E’ da quel buco che secerni la forza del futuro, e il delirio del presente.

Poi la mente sgombra… quella non c’è mai stata, è per questo che inventammo un dio.

 

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Pubblicato il 13/2/2007 alle 23.41 nella rubrica duende.

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