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quando si aprono gli occhi

In pratica io ieri avevo chiuso. No, non è l’incipit adatto questo, ma… Volevo spiccare una metafora dal naturale per iniziare questo post, una forma d’idea che richiamasse lo scapicollarsi della stagione calda, che muore facendosi secca. Ma mi sono annoiato. Parlo schietto canto chiaro dico che, sì, mi ci sono dedicato per un po’ con passione. E’ questo il cruccio animale: innamorarsi con la facilità di volo di un falchetto, bastano due colpi d’ali e si vola tutti estasiati e appassionati, ‘sti falchetti!, ma quando apro gli occhi e calcolo distanze e prede e aria solcata, piombo. Io piombo. La nausea arriva sensorialmente molto dopo la sua effettiva presenza, ma è lo stomaco ad esser lento di pensiero e in più magnanimo di gesto. Parlo di blogging, di quanto io l’abbia chiuso ieri – io lo chiudo periodicamente, e con tanta maggior decisione ogni volta lo lascio quanto con maggior letizia torno. Poi si vola o no lo decide un cruccio animale, o quella stampella che nell’armadio regge più naftalina che giacche. Quella metafora non casca dall’albero, e allora scrivo con striscia facile che mi pare, e tremo a dirlo, di metterci più sudore di quanto ne ricavi in soddisfazione, o gradimento, o un qualche cazzo di serena e positiva mossa. E’ come se a metterci sangue non me ne venga che alcol etilico, che utile lo sarà pure, ma dopo quanto? Dopo quanta manualità? Utile, che parola rinascimentale. Utile a chiudere occhi, forse, questo agitarsi nelle mani in mezzo a folle di senza fiato. Io non lo so, io non lo so. La foglia secca è la sintesi del dubbio. La guardi sapendola morta eppure c’è, con quel suo capriccioso affanno per la vita, fosse anche una paralisi di colore, un marrone o un giallo che tratta di divinità solo se a spossarla è il vento. A spossarla il vento, sì. Il vento.

Pubblicato il 9/2/2007 alle 16.47 nella rubrica 'O Munaciell'.

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