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Niente, questa storia che ho iniziato è un tamburo africano che vibra per sussulti di sangue, e bolle. Uno sguardo iniziale, l’orecchio che trova il suo universo, poi le ho chiesto il nome ma lei, così decisa e sgangherata, m’ha detto “amami come giro, come muovo le ginocchia sotto questa scorza di terra secca, come io sono sempre disposta ad amare qualcuno a caso”, e le ho sfilato il velo dagli occhi e vi sono precipitato, in quel buco. Poi m’ha preso le mani, le ha inzuppate di viola e rosso attinto da un precedente graffio. Ci siamo messi assieme, lei non lo sa, mi sono messo assieme a lei e ininterrottamente mi passa nelle vene. Intacca il sistema nervoso, e mi abbandono al suo profondo respiro fino a che non ne avrò nausea. Lei è questa canzone.

Pubblicato il 30/1/2007 alle 13.2 nella rubrica duende.

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