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Meglio se m'imparavo zappatore. Io poi.


                                  

Qualche estate fa, per farmi un gruzzoletto e un po’ di talleri da spendere in un viaggio nel nord della terra degli slavi del sud, mi ripescai in una fossa di terra da cui sarebbe sfogata una piscina. Anche col mio aiuto manovale, sfogata. Tornare quotidianamente in quel buco e scoprirlo, giorno via l’altro, d’una sementa più vicino all’idea finale che ne aveva il capomastro era tutt’assieme pungolo e ovatta per coscienza insubordinata, non tanto per la produzione visibile alla collettività (capomastro, operai e proprietario della villa), quanto per la materialità dell’atto e delle capacità e, non ultimo, del tempo giaciuto sotto al sole di luglio senza riparo ma solo ferrarelle tiepida, e caffè a orari bloccati.
Per la virtualità (e non mi riferisco a questa sede) che marchia a fuoco la vita che ho scelto e che mi ha scelto – e che sembra darmi un bel nulla, ma un nulla merlettato e oleoso a merda – m’accorgo che una sola verità si interpone fra me e la mia soddisfazione: il corpo dell’appagamento non esiste, e se esiste i miei occhi sono già bruciati da non vederlo, e le mani… non ho mani. Sì, la parola di qualcuno, il complimento di qualche altro, e per necessità un delirio soggettivo ed egoista che striscia serpe sotto la pianta del mio piedone, e che segna il bilico della salute mentale.
Per questo, però, non mi perdo mai il Grande Fratello. Perché la tivvù s’ingegna, talvolta, a trovare il modo di farmi avvertire fisicamente ciò che fisico non è: la straordinaria qualità del mio cervello. Il Grande Fratello mi rende sublime e ultraterreno.

Pubblicato il 19/1/2007 alle 9.44 nella rubrica televizione.

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