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Lord of War, un inizio a pallottola, dalla fabbrica alle svariate mani, l’interno del fucile come altare slenzuolato, la mira: parte il proiettile e -rosso- si conficca nell’africanetto sereno. Eppure st’inizio l’ho vissuto ad Amsterdam al museo della birra, in quanto birra, in quanto boccetta verde tridimensional mente cullata. Il film segue rincorrendo lo strazio, con dettagli e verosimiglianze che la pelle oltre a puntellarla la ardono, poc’altro. D’altronde l’arma è bella, non puoi farci niente, esteticamente bella, nera e lucida come oliata membra, che mangia fuoco e sputa potenza: non c’è alcuna meraviglia che eserciti un fascino amorfo, senza volto, su ogni amorfo anfratto, senza volto, della nostra coscienza. Prelude alla sentenza. Però io ho le pistolette-spara-pallinigialli, non blindatura, solo così posso mirare alla fronte del mio avversario: un pizzico e via, al prossimo scontro. Nicolas Cage è un asso, con la sua faccia di fesso, nel ruolo del mediocre talentuoso, il cui talento per necessità si manterrà muto – mediocre – perché è una rivoluzione sociale che già, in seme, ha superato quella morale. Un paio di cose? Le più belle del film oltre al finale/inizio? La prima è la parentesi in Liberia (temo tragicamente e inevitabilmente ispirata alla realtà) col ritratto, fresco di vernice, del dittatore similcannibale, e della sua schiera di bei mondi, e del paio di mignotte che dicono -di vulva- a proposito dell’aids: “ perché avere paura di una cosa che può ucciderti solo fra dieci anni mentre ci sono cose che possono ucciderti oggi? ”. La seconda è la fotografia della breve sequenza in cui Cage ha appena sniffato brown-brown, mix di cocaina e polvere da sparo: un filtro molto scuro soffoca le assolate immagini africane, sembra un pomeriggio d’eclissi, o un’albetta col sole marcio. Poi c’è la tragedia, annunciata ma dignitosa. A tal punto che cambia, la tragedia, poco più d’una riga di capelli: ora a destra, domani a sinistra. Ma sempre capelli boom.

L’impunità poi è solo un’amarena sul casatiello, l’impunità dei grandi armaioli sorretti dalla connivenza metafisica coi giganti della politica e, segue, della guerra. Sipario, ennesima dislocata esplosione.

Pubblicato il 29/11/2006 alle 14.44 nella rubrica Diario.

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