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Aven Ivenda

                                

Una carrozza, due veli di fiori da mangiare dopo l’amplesso. Muovi quel ginocchio, donna, emerge come dagli oceani. Non ho mai creduto alle leggende dei draghi, dei laghi, dei mostri marini, dei marini. A volte dubito perfino che esistano pesci sotto il filo azzurro. Ma quel ginocchio, fra due tende, e la carrozza che rallenta. E quel vagito di cane randagio che piscia sulle rotaie della mia – e della tua – vita. Salve, buon giorno, reco salvezza al mio peccato di rincorrerti. Se solo quel cazzone avesse messo mano alla penna dopo averti visto, avrebbe scritto un’ enciclopedia di peccati. Non nominarla. Non nominarla nuda. Non sprofondarle negli occhi. I draghi, attento. Santificale il ginocchio, ma non pensare a bestemmiare il rifiuto della bocca. No, non parlarle per spiarle la lingua. La carrozza accelera. Qualcuno canta un inno. Un altro muore di sazietà, e scende scalzo sulla polvere avorio del campo. Aven Ivenda cos’è? Temo lei. Salgo, oppure rinuncio a satana. Esistono gambe che sono discese. Gerusalemme e i suoi cunicoli sono racchiusi nel cuore di una carrozza.

Pubblicato il 20/11/2006 alle 22.3 nella rubrica duende.

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