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Palle...

                                    

“Cenere siete, e polvere ritornerete” disse il profeta folletto.

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In principio era la bolla. Ed era pressata. Ed era una burla. Poi l’uomo s’alzò, la donna si chinò, e nacquero bimbi uomini a chinotti. Svariati secoli dopo, Gilda s’aggiustò il piumino di stucco, la borsetta già fatta, e prese le chiavi di casa perse le scale, ma prese l’ascensore. Ascetico e mite di sguardo, Aldamo, sorseggiava frizzanti marroni al banco matto di un bar. Pali alluminei in fronte alla visuale. Prossimo numero: il terzo. Gilda muoveva le cosce come eliche di rinoceronti, decollando dal decolletè gli umori degli astanti, animali ansimanti, ma amanti: nella sua zazzera non v’è pensiero che non sia già stato detto, disse Aldamo al barman, che era una donna di Bari. Quest’ penultimo, Aldamo, passò di rumba in rum connoscialà, volgendo le palle degli occhi ad altri pianeti piantati in petto alla danzerina Gilda. Per quanto al massimo. Solo un palo d’allume può essere l’estensione di un desiderio, oltre al tram, pensava in barese la barman di quell’ uomo cui rigava saliva, scendeva, perfetto imperfetto. In un attimo si conoscemmo. Era bella, Gilda, oltre ogni doppia ele, con quei mulinelli invoce delle cosce. Salirono giunti in auto. Giunti a casa del di lui luogo, ebbe luogo il chiacchiericcio insipido delle zollette di zucchero sotto l’assenzio. Sciogliere il solido è semplice, se sei costante e liquido. Non se sei etereo. E Aldamo questo etereo lo conosceva, aveva il dizionario e lo sapeva, lo sperava: la sparò perché puzzava. Le ascelle, le ascelle erano morte da diecenni. Mai le sparò la spalla prima d’ora, 3.45 notturne,  umidità in norma, appunto, sparò al punto d’ immondizia. Gilda, chinata dentro, accettò d’alto grado, e percorse meditabbondante i gradini morali che la giungevano al bagno. Mi lavo, pensò. Non aveva mai considerato la puzza come oste d’amore. Nemmeno in quel caso in quella casa. Ma fu il grilletto ancora teso di Aldamo che la vinse. Mi lavò, penserò. L’uomo, nel frattempo era andato sulla luna, biglia bianca che un cazzo non vale sul tip tap green. L’uomo specifico era indivanato, ravanando ipotesi di colori e spinte. Poi s’alzò una bandiera dall’otello di fronte, a luci verdi vertigo, e seppe che qualcosa andava fallo! Cosparse la maniglia del bagno con le sue dita. Sfilò la corona dal suo tappo. Parallelepipedo di luce in bagno docciava Gilda nella schiuma traboccante, corona. Una bolla di schiuma violetta, ma tendente all’arrosto, si librò reggendosi come in lettura d’animo: ma dentro c’era un uomo. Altra bolla altro uomo. La terza bolla era una donna, la buonanima dell’anima della mortaccia madre di Innesto, lo zio di Aldamo. La quarta bolla c’era un tizio sconosciuto fino a quel momento. Non più: il momento d’ignoranza, è scritto, muore alla pronunzia. Gilda partoriva bolle piene di morti, e con gran odore, e dolore. Quando Aldamo realizzò la profezia, del gran sudore maschio, era già troppo tardi, e sbatteva le mani sull’interno saponato di un vetro, senz’aria fresca né calda, né aria, né. E tacquero i polmoni, e i Galli. E tutto finì in una bolla di sapone.

 O’Munaciell

Pubblicato il 20/11/2006 alle 0.42 nella rubrica 'O Munaciell'.

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