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L'amico di famiglia


Non posso scrivere una linea di questo film: non si presta, ti arriva dentro e si trasforma. Dico solo che il protagonista è potente che lo sognerai di certo. La trama è priva di un picco convulso, ma sale piano, o scende piano. Questo film va ricordato, più che raccontato. A voi.

 
E’ brutto. Brutto tutto. Brutto d’un botto ch’ è un rutto. Scivolare fra due rughe per strappare quella riga di grasso stantio che si forma nella siccità. To’, un punto nero, brutto e nero, spremerlo al sangue, barocco, brutto. Geremia(Giacomo Rizzo) è la reincarnazione di un animale d’imprecisata specie, che si muove nel letame col suo bel marsupio ricco di vizio, di gola marrone, di ventre che s’imbambola nella contemplazione di un manto stellato, fasullo e brutto. Che animale è? Topaia la casa. Topanziana la madre, ch’egli vede topazio: tu sei il mio ospizio. Acqua dal rubinetto. Che animale? La lingua gli è viva oltre al cazzo. Lingua che afferra oggetti e parole, che afferra pensieri così in decaduta che parrebbero aver completato il giro, ed essere in ascesa. I buoni muoiono bambini. L’unica bellezza cela una bruttura più subdola, come zucchero fuso e riversato nelle orecchie del diabetico. L’angelo si corrompe le ali a tagliare nuvole al sarin.

 
Questo film è un’ esperienza. Niente in lungo e largo, solo quello scavo nella guancia di un animale (che animale?), in dentro, giù, al centro del brutto, nel nucleo, dove un cucciolo di coccodrillo schiuma pallido senza crosta. Spaventapasseri sovrastato dal frastuono, palude alle ginocchia. Mi manca l’aria. Nausea. Il cervello esprime un’imprecisata urgenza. Non di avere, né appetito, né sete, né distrazione. Il cervello rigetta il brutto. Vuole svuotarsi, vomitare. Se l’ha fatto apposta, Sorrentino è un genio, e l’animale che chiedevo è l’uomo. Ed io – animale.

Pubblicato il 16/11/2006 alle 17.15 nella rubrica cinèma.

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