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Democrazia exportata

       

Me ne stavo appollaiato sulla mia solita frasca quando è arrivato un pensiero a tintinnarmi l’orecchino appollaiato a destra. L’eco dei due a sinistra risponde al colpo. Che bello morire per una causa senza dittongo, per un uomo senza piedi manco a chiamarli d’argilla. L’espatrio della democrazia è mozzarella di bufala, agli steroidi ippici. Non già per la bassezza civile del popolo apprendista, né per l’altezza e la gittata delle armi disponibili. La democrazia è, se vogliamo, una testa. Sotto ha un collo. Torace. Ventre. E via fin giù ai piedi. Non è che in Europa ci sia arrivata per mandato celeste da un qualche affisso qualunque nella volta, Marte o chi per esso. Un lavoro. Vite spese solo all’abbozzarne le scarpe, poi i lacci. Infine i diti. Rivoluzioni a fare capitomboli nel vecchio continente, sanguinarie o gloriose, petizioni e teste appese ai ghigni ancora caldi di fiotti. Montare il tiranno è opera semplice, che s’impone agevolmente a chiunque non abbia sporto gli occhi oltre il colle. Ma la democrazia necessita per definizione di un moto più ampio e condiviso, al quale non si giunge con un paio di belle e imburrate mani. Fuori dall’Europa sono poche le eccezioni. Il Giappone s’è inchinato a furor d’atomiche quando a Hirohito fu concessa l’aria. L’homo sapiente d’occidente capovolge il segno del flusso, e pretende d’insegnare la testa senza un corpo sotto, ghigliotta capovolta, e pretende di arrivare al fior democratico installando la sua folta e profumata capigliatura – di commercio capitale. Dalla mia fresca frasca pare che il capello venga dopo il cuoio. Ma forse sto appeso dalla cintola, alla rovescia. Ben venga il placito del dubbio. Ma in Iraq non si è pronti, semplice e stupido come un bambino, come un angelo, un dio.

Pubblicato il 16/11/2006 alle 1.16 nella rubrica 'O Munaciell'.

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