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Muse e corna

                             

La parola non è cavillo. Il cavillo ha una dignità pezzente da fisso fesso, immobile come lo stronzo dispensato dallo scarico. La parola è creta che nasce dall’acqua per significare, o anche no, e nel secondo caso comunque significa, perché il segno non lo annacqui col mercurio. Allungarla e straziarla non le rechi danno né violenza. E’ un clitoride, la parola, clitoride femmina da arrossare: chi ha mai visto un gemito senza rossore? La parola si-deve-si-può scorticarla, non la soddisfi col ghiaccio, con tutti i cristalli del mondo le riempi il gozzo di noia. Dalla mitraglia – dice il poeta. Dalla parola mitraglia. Dal suono sono. Dalla sua giravolta storica, dalle sue evoluzioni acrobate. I suoi microbi la corazzano, la pareggiano al tempo che diserta via col pensiero del già letto. Cojones - se una decade di petulanti si compiange la netta partitura del senso: il senso, racchiuderlo in secchio, busta di plastica e suicidio d’immagine. Si dia fiato alle cornamuse in questa palude, giunchi morti impiccati sono le decadi che d’autunno sugli alberi, come fogli bruciati dall’immobile. Cornamuse! Cornamuse! Zampogne! Fisarmoniche mentre due s’accoppiano sulla spiaggia! Granelli di zolfo negli sleep… dormire, sognare, forse morire – dalla mitraglia, ucciso chi salda la parola mitraglia.

Pubblicato il 15/11/2006 alle 11.18 nella rubrica duende.

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