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Ma chi è Mario Merola?

                                        

Non è Napoli. Non è mezza città. Non è la sua anima. Non è il suo cuore. Non è la voce di Napoli, non suo padre, tanto meno sua madre. Non è la voce perché questa città ha nove code e dieci teste. Potrà essere la voce di una delle teste, ma non la mia. E che ognuno parli per sé. La testa del mio corpo napoletano è caduta anni fa, con Massimo. Corpo meno arrogante di chi s’atteggia a sunto del calendario di barbagli, ch’è la città. Corpo più timido, provinciale, ma non così esterno da rinnegare. Massimo ribaltava la cartolina. Merola ci ha mangiato, dal pennacchio. Non contrappongo. Giustappongo. Oggi per me non è triste, in fondo l’artista Merola ha smesso i suoi contributi qualche decennio fa. Massimo no. Era in rampa. Era una potenza straordinaria che al divenire atto avrebbe massacrato le topaie partenopee. Ma chi può dirlo? In fondo non ci resta che compiangere. Eppure la grandezza la dicono le tracce, e l’eredità di Massimo pesa a chiunque, e svanisce come una corona maledetta dal pregio dei suoi preziosi. Merola ha i suoi eredi in quei polli che ugoleggiano nelle tv private, abbronzati a ciuffi, buoni per far soldi alle quindicenni – che se ai tempi di Merola le quindicenni fossero state già spendibili o’zappatore manco sarebbe esistito. Allora cos’è stato? Un elogio dei valori tradizionali, a detta di Geo Nocchetti, del lavoro sudato, della famiglia che sopravvive alle gonnelle furtive, all’antro minaccioso della malafemmina, all’angheria del guappo. Ma è ancora superficie, mentre l’altro, la testa decapitata del mio corpo napoletano, era un cuore malato che batteva monco, ma all’unisono col nostro tumore. Ebbene, Merola è i capelli della Napoli afferrata per i capelli da chi fabbrica facile guadagno alla povera gente. E quanto ha avuto da questa città come lo ha ricambiato? E’ sufficiente viversi il proprio clan in una terrazza di Portici, fare il santone ai pranzi colossali, per dirsi amante di una città che dietro il pane si vende il culo? Massimo no, il pane lo tossiva finanche nei campetti, col dieci sulle spalle.

Pubblicato il 13/11/2006 alle 13.56 nella rubrica 'O Munaciell'.

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