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Bregovic

Non ho idea di cosa dicano i cantanti di Bregovic. Ma chi dubita che non sia un dolore così intenso da sconfinare nella gioia della scossa? Trombe e trombettelle, frittelle da tirarsi in faccia agli eterni matrimoni slavi, gitani, cafoni – diremmo noi, ammansiti finanche nelle erezioni blu. Adoro questa terra, e non ho idea di cosa dica, e più l’adoro. Mesecina mesecina, come quando adoravo Lennon, e poi seppi cosa diceva e ora solo l’annuso, e mi par poco. Quando il vortice ti piomba sulla groppa, triviale, con quelle donne che non hanno nulla da ostentare perché certe che la domus sia un regno, e l’uomo un suddito delle loro virtù, e loro dee màs que reinas… l’ho vissuto, st’estate, un concerto dei suoi. Ebbene, il rock duro gli fa trenta seghe a nota, e ti ci scateni di fuoco. E sia, se volete appunto che, per i film errabondi di Kusturica? – chi dice no? E sia per il sotterraneo, il carrarmato con la scimmia, lo scimmiottato del regime, e ci metto pure Bubbamara. Ma ora, dato a Cesare, io parlo di cose che sedimentano sotto la forfora, musica che degli occhi non spartisce le leggi, e le spregia. Questo mediterraneo scabbioso mi sguscia dentro perché è mio ascendente quando l’orecchio genetico acchiappa i suoni per farne feste. Ma qualcuno ha idea di quante onde facesse la voce del vecchio poeta? Del vecchio cantore? Mica ch’era un filo d’erba! Mesecina mesecina! Un grappolo di fascine sulla pira, e fumo! La nostra culla è un giaciglio dove questo mare cortigiano ha stretto le cosce attorno a ogni seme, arabo, ispanico, slavo, celtico. E in ogni antichità la voce è metafora di vita, di memoria di vita. Il presente ha la stirpe nasale dell’automa. Ma. Ma il passato recrimina la sua dignità floreale da sotto al blue velvet che mi hanno posto come casco, elmo blindato di spinotti elettrici e artificiali. Ed io quanto italiano sono? Orecchio venduto al west. E invece, quanto italiano è uno slavo del sud che mangia terra e ortica?

Pubblicato il 12/11/2006 alle 22.38 nella rubrica 'O Munaciell'.

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