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Babel

                                     

Inarritu, scompone e ricompone, intreccia e tesse. Le immagini sono sempre forti, direi… sensazionali fuor di mio sensazionalismo, ma pigliando la parola per retta semantica. Ci sono sequenze di fotogrammi rapidi in cui ciascuno d’essi abbozza una storia, una vita, un pensiero e un passato. Un futuro. Babele è tre linee che s’intersecano: Giappone, Marocco, e Mejico con parentesi statunitense.

Nel primo si produce la sciupata società nipponica, tesa al bene occidentale ma assuefatta al suo male, ai suoi malanni urbani (la scena dello sballo mette i brividi… ma tutto mette i brividi!), al freddo che il guadagno sfrenato impone come dazio, alla minigonna senza mutanda e al sesso come ultimo palpito di vitalità. In Marocco capre e regole basiche, istinti semplici lontanissimi dai tumori giapponesi, bontà e stupidità intrecciate, bellezza di volti mediterranei e caldi, la famiglia zoccolo duro, il voyeurismo sano e, ancora, caldo, ma bambini troppo adulti e troppo bambini. Il Mejico, infine, protubera dagli U.S.A., che tutto collegano nel film, è allegro e cantante, è una mano sulla coscia che danza, uno sparo alcolico in cielo… ma s’ammattisce al cospetto del gigante legale americano, del valico, del confine, e va a morirsi del deserto, il Mejico.
Di nuovo in questo film, rispetto agli altri del messicano, c’è un afflato odierno e attuale: la ricerca di una via più breve per la comprensione fra individui divisi tra loro dal semplice, e colpevole, fatto di essere inglobati in comunità su cui s’impongono regole irritanti, atte appunto a dividerli. Allora gli arabi aiutano l’americano più, e meglio, e più umanamente, di quanto facciano i bifolchi turistoni americani stessi – che poi, quei bifolchi, ciascuno li ha visti esattamente così almeno una volta nella vita. Insomma, a tecnica di narrazione e per impatto d’immagine Inarritu veleggia a due metri da terra. Purtroppo, mi pare,  il filo che intreccia è monotono: dolore sopra dolore, filtro di solitudine. Manca la distensione e questo tono serio scava le guance al sorriso che, appunto, non nasce mai. L’unica, e ultima, speranza dell’uomo è quella breve salita dopo la voragine… ma, per quanto durerà?

Pubblicato il 1/11/2006 alle 17.30 nella rubrica cinèma.

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