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Nuovomondo

                                               

Il primo fotogramma è una pietra di un imprecisato monte siciliano, aspra e tosta come la Sicilia, come la vecchia mamma del protagonista. L’ultimo è il mare di latte, bianco come la bontà, e come ciò che feconda: “questi che partono sono la nostra sementa che si va a mettere nel terreno cchiù fertile”. Il film è una linea, una rotta, che dalla pietra porta al latte, semplice e retta, e sue bellezze stanno nei dettagli, nei personaggi, e nei deragliamenti.
Lo scorrere ha le fattezze del documento, e il più grande pregio – m’ è parso – è la questione del linguaggio per come viene affrontata: nessun italiano neutro, affanculo! Un bel siciliano stretto con tanto di sottotitoli. Poi, prodezza dell’elastico, alla fine del film ti accorgi che i sottotitoli manco ci sono più, e che tu intendi benissimo quanto dicono, sempre in siciliano stretto.
Lei, la vecchia, è stupenda, è una pietra rabbiosa e orgogliosa, indomabile tranne che da una doccia che zampilla dall’alto. Luce, invece, che sarebbe la bella, ha un muso antipatico e presuntuoso, che poi pure brutta è: ma che non rispetti alcun canone estetico da spot mi consola. Lui poi! Salvatore Mancuso è così giusto che pareva di conoscerlo già, quella faccia, quelle espressioni: sono io? È mio padre? Mio nonno? Un qualunque bel terrone timido e zotico? Certo che lo nominerei all’oscar, ma andrebbe sprecato.
Capitolo a parte è la tendenza al deragliamento onirico, che intervalla a mo’ di cortocircuito la linearità della trama, e che, specie con la grossa carota nel latte, mi sa d’un Kusturica da galateo (che è toglierci i miracolosi pidocchi, a Kusturica). Ma, dopo qualche esagerazione, si mantiene minimo: spesso solo musica e estraniamento – come la scena in cui la vecchia concede l’assenso al matrimonio – ed è ovvio che lì a reggere sia la faccia degli attori – o come quando due anonimi emigranti prendono a suonare nella stiva i loro vecchi arnesi, come rapiti dalla musica, come a rapirmi, e restano esausti.
Che poi la “moderna visione” voglia selezionare il nuovo uomo sulla base dell’intelligenza – bene contagioso – non è meraviglia, si sa già, e manco m’ergo alla condanna… solo dico, ma quei voli di Sparta?
In somma, non so se l’oscar… ma so che di certo vale più di Romanzo Criminale, col quale pare essere in lotta per la lizza. E, bene ben più alto, so che vale intero  i 7 e 50/ 8 euro  del biglietto: che ne esci soddisfatto dalla sala, con gli occhi pieni e belli, non come quando esci da quella cazzo di Pirati Dei Carabi (sabato scorso), affamato, stanco e irritato: pensavo mi fossero venute le mestruazioni!

Pubblicato il 2/10/2006 alle 0.46 nella rubrica cinèma.

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