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Riflessione sul modo. Domino.

                

Nikita era quel bel po’ di spietatezza, velata di sugar lesbo a volerla intendere col basso ventre. Domino se la fa con gente esasperata: caricature a tinte fluorescenti, buone per risaltare nella notte per soli tre minuti, non certo le due ore che dura un film! perché alla fine finanche le palpebre si cercano un’ anima e iniziano a soffrire. La storia c’è e non c’è, ma di certo si vede… eppure, questo film, non smette d’essere una donnina che non avendo merluzzo per articolare un pensiero che sia pensato ti sgroppa le due fette di silicone che serba davanti al cuore, e si quieta solo se le tue mani le sedano l’ottusità palpandone le escrescenze… insomma te la scopi, ma poi la getti al tempo. Questo è il punto, il punto e a capo, quello di chiusura. Lei non m’ha convinto, l’interprete – ma perché? avrebbe dovuto? Il ribelle Micky meglio. Walken è galattico, cristoferico. Eppure c’è di peggio: ho l’impressione che questo starnazzare di inquadrature, ‘sto dolby che ci circonda come un’armata sepolta nei muri, sia un atto di regime. Mi spiego. Va di moda la zoomata feroce, sconnessa e tremante, accompagnata da una coda di stridore che fissa lo spettatore sul ciglio del cilicio. S’inquadra una tavola, ad esempio, poi uno “slam!” e si è già a un millimetro da un insignificante bicchiere. “Slam!” indietro, fino alla finestra. Al cinema viene la nausea: dovrebbero distribuire i sacchetti per la fuga di vomito e/o cervello. Ma… atto di regime, atto di regime emotivo… cos’è questo zoomare? Forse che è la riproduzione dello sguardo dello spettatore? Sì, magara. Ma fatto dal regista mi sa di sopruso. Non può, sto cazzone che decide la velocità e la direzione del mio sguardo, lasciarmi un campo medio sul tavolo? così ci vado io, libero e alla mia velocità, al bicchiere!

 L’educazione emotiva odierna si regge sulla paralisi. Il soggetto si fa oggetto. S’è al punto che lo svago, perfino lo svago siori e siore, ritenga necessario al suo essere un chè di dittatoriale, sottile e a suo dir taumaturgico, da formica che lavora nella notte dell’inverno e della terra, ma che divora le radici di ciò che si chiama libertà, e che fece della cicala una grazia mortale, eppur più viva di tutto.

Pubblicato il 24/8/2006 alle 17.19 nella rubrica cinèma.

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