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SUCKER FREE CITY, spike lee

         

La storia inizia ben prima dell’accensione della macchina da presa, e finisce ben dopo il suo spegnimento. E’ una storia, più profonda di San Francisco, che ha sul dorso piume d’eternità, intrise si sangue nero, sangue giallo, sangue bianco. Fotografia assolata: fotogrammi documentati, quasi. Facce nere scolpite nel legno di quercia, hip hop face, rime. Bocche esagerate a parlare, le nere. Quelle gialle sono avvezze al senso racchiuso fra un suono e l’altro, così parlano anche nel silenzio. Le bianche, la famiglia bianca è società sgangherata (ne adoro il padre, idealista o sciroccato?). Poi l’intreccio sale: t’afferra ai polpacci e salda i polsi perchè non riesci proprio a prevedere dove voglia andare. T’abbandoni, e finisce prima di quanto pensassi. Ma quel prima non è di tempo, bensì vita. Fine come sabbia al setaccio è la scelta delle facce d’ogni razza, la scansione delle variabili delle loro coscienze, la corruzione – direi ruggine – del terzo millennio umano.

Peccato per le continue immagini sub-liminali che invitano al Mac: mi sembrano costanti noiose degli ultimi di Spike Lee. Prima compariva lui nei suoi film, ora la mela californiana.

 

Pubblicato il 23/7/2006 alle 10.29 nella rubrica cinèma.

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