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broken flowers

Se dico commedia a cosa pensi? Frizzi e lazzi, pazzi schiamazzi? Allora no, non dico. Jarmush, che fu dello straordinario e contaminato Gost Dog, se ne sta nel suo anfratto muto a voltare le pupille intorno, dentro, al mondo di segni, suoni, lacerazioni del vecchio Don Giovanni Murray. Forse ha un figlio, Don, seminato a gramigna in una passata fiamma, forse. Forse quel figlio lo sta cercando in road trip. Inizia un viaggio nel passato, con le sfaccettature della perdita e, al pari, dell’ assetto dell’ego. Il motore è l’amico afro Winston, novello Watson giallista, che gli studia la lettera anonima con fare sistematico, e che ha quasi cinque figli e un appagante impiego operaio che è uno splendore a vedersi. Vienvoglia. Trova pure spazio, Watson, per sfumacchiarsi una ‘ntecchia di canapa e dire alla figlia rogante : “macchè tabacco?! è solo un po’ d’erba… mai più tabacco”. 

Si parte. Donne, quattro, nelle cui sfere Don c’era solo passato, lo riaccolgono ciascuna a suo modo, ed ogni volta è come se si aprisse, per la maniacale cura degli interni, quell’incontaminato mondo femminile così singolo e vario e, aggiungo dagli occhi lenti di Murray, incompreso. Lo sfondo umorale è musica etiope, che ha le corde del cuore. I dialoghi si freddano. Il più lo dice l’immagine, il tempo e lo spazio che delicatamente si sfiorano fino al contatto della massima casereccia finale “la cosa più importante a cui posso aspirare è di essere presente nell’istante”. Vagamente buddista, si fa notare. Le donne poi. Uh, le donne! Fiori sfioriti dal tempo, eppur fragranti, complicate -donne- come il bocciolo della rosa -penso a Jessica Lange, mistico mistero. Compare anche una fioraia di scarso rilievo logistico ma d’enorme animo femina, cura, i fiori come il sangue dal sopracciglio. Cura, fresca, come un paio di gambe frugate all’aeroporto. S’ ingrana, a esilarare, una citazione di buoni venti minuti della (af)famigerata Lolita, che stupisce rosa e, finalmente, è là nuda e semplice, come fosse sempre stata così… come è sempre stata per chi l’ha amata. E’ lei, sì. Grazie, Jarmush. Ora viene il sospetto che il Don andrà incontro alle tentazioni dello scapolo: chi non s’accaserebbe nell’arena conteso da una figlia sedicennemente vischiosa e da una madre che è -inciso non da poco tant’è che nereggia- Sharon Stone? Invece no . E’ più sottile, Jarmush. Poco dozzinale. Ternale, direi. L’evoluzione narrativa, infatti, la segnano i vasti momenti di solitudine e gli stretti frangenti collettivi attorno a qualche sparuto pasto a tre: è lì che si forgia il personaggio, in una logica che si muove sulle precise distanze dagli oggetti, dal cibo, dal tavolo, e dalla conversazione, e in fondo, da quell’ alveo inespresso che è l’emozione computerizzata di uno che, in vestaglia e tuta, ha seminato derma e poc’altro. Si chiude dopo un incontro che avrebbe potuto essere quello giusto, quello col figlio presumibile. Si chiude dopo una scamerata circolare attorno alla faccia meravigliosamente parlante di Murray che, infine, pare aver compreso. Noi no. La paternità è lontana dallo spettatore: è, giustamente, intima. Però c’è un odore di speranza. Don Johnston scorge un altro figlio. Ci ricordiamo, inoltre, che quasi all’inizio ne aveva scorto un papabile altro, o aveva voluto scorgerlo. E allora è qui il chiodo. Mi si presti il martello. D’ora in poi non vedrà che figli: segno che l’altro è entrato nella sua vita a dispetto della denotazione. Il connotato, quello sì, conta, dice muto Don.
Vale.

 


O’ Munaciell’

Pubblicato il 14/6/2006 alle 12.59 nella rubrica cinèma.

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