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filologia germanica zombie



Oggi ho fatto lo scritto di filologia germanica II modulo. Non dico ‘na cosa terribile ma quasi. Quasi ‘na cosa. Considerato che l’ho preparato sub immersione in Rob Zombie e erbetta saporita, e bruciori di stomaco, posso essere grato al mio cervello di esistere, dopo tutto. Rob Zombie?Non lo sapevo, ma questo tizio è una specie d’autorità in certi ambienti. A veder quali, poi. Insomma, frontman di una metal band, collaboratore del tarantolato  Quentin,  e  regista. Dicevo, filologia  e Rob.   Astrusi  entrambi,   capziosi,   morbosi   e   lontani dalla  bellezza che  non immagini  quanto. Al pomeriggio i versi del  Beowulf, del  Muspilli, di una manciata di antichi testamenti in cui sbattere la testa in cerca di parole e paroline e suffissini, i versi dell’Inno di Caedmon, di Beda, dell’Inno di Wessobrunn… e la sera La Casa Dei Mille Corpi e La Casa Del Diavolo. Uno dopo l’altro. Uno prima dell’altro. Scenari, di Rob, da cui allontano chiunque non abbia  niente  da  spartire  col  genere  horror,  un  tantino  trash,  un  pizzichino grottesco. Ma che vuoi fare? La curiosità a volte mi divora da dentro come una zanzara cieca. E scopro che horror non tanto l’è. Fa roba sua, Rob. Fissazioni sadiche a non finire, fotografia a più piani, a tratti quasi da servizio tele-giornalistico. La trama è poco meno che solita, ma alla regia è davvero bravo – cioè, bravo è categoria troppo buona per essere associabile… diciamo che è come uno stregone, sì: non sai se ci resti secco o no però va bene uguale. Una simbiosi d’estrema ironia con le musiche, che l’orecchio ti resta sempre sull’attenti, mescolato, triturato da una valanga di sollecitazioni. Le immagini stuprano la pupilla, è un pazzo scatenato, possiede quella sana e ruspante tracotanza, quell’abbandono a un puro istinto di demolizione. Ciò che tocca, prima o dopo, lo rompe. Ammirevole questa condotta da provincia americana sottratta al western, selvaggia, grezza di pollame e maiali. Ma che poi osa, ed è tanto già pensarlo. Però non so se è una sfasatura tutta della mia testa (quella di immaginare sempre il film e il regista a modo mio) ma mi piacerebbe vederlo dirigere un film un po’ più pretenzioso. Non che questi due non lo siano, anzi: nel loro sottogenere osano l’inarrivabile: il primo è un viaggio all’inferno (vero e proprio) il secondo ribalta tutto e demolisce il primo (e con quello anche se stesso). Però, con le palle gonfie che mostra alla regìa, cosa combinerebbe se dirigesse quello spastico Codice Da Vinci?

Pubblicato il 5/6/2006 alle 18.35 nella rubrica cinèma.

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