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VOLVER - a Almodovàr..




Arrivo al film con insolita puntualità, forse perché stanotte volevo mi si sfraciassero i preconcetti storici. Almodovàr non m’aveva mai convinto. I miei occhi passati non ne digerivano i colori, e le vocali aperte. Dice Wenders che c’è, nel proprio Lisbon Story, un momento in cui lo spettatore deve decidere: o ama il film, o preme stop al nastro. Lo estendo a ogni film cui do amore: c’è un attimo, preciso attimo, in cui sento che si fa mio. Stasera, Volver, me l’ha dato all’inizio, quell’attimo. Il cimitero - fesso dal vento di levante (di quelli che fanno impazzire) - è popolato d’un esercito di donne coi veli e gli scialli, che ramazzano bare ricche di fiori.. mentre un canto spagnolo a gola rotta m’inchioda alla poltrona: amerò Volver – si sente nell’aria. Cimitero e donne. Donna, morte dell’uomo. E suo Eden, e sua – unica – vita eterna. Poi avanza. Due centri di tensione: il presunto fantasma della madre di Penelope Cruz; e il corpo del marito della stessa, chiuso nel frigo di un ristorante. Solo donne. E’ un fiotto mestruale, il film: “cose di donne” dice Penelope col sangue del marito al collo. E lei scimmiotta la Loren con bellezza pari all’epoca, mentre Almodovar innaffia il tutto col suo occhio morboso e incestuoso -di mutanda sporca, Livor Ipse ipse dixit- e non perde occasione di dar carne a macellaio. Un'altra morte.. e in casa mille donne nere come mosche s’avvischiano alle guance del più prossimo parente, a schioccare baci, prima, a sventagliarsi a ticchettii, dopo. Commedia nera. Risata a lutto. Gli uomini di Pedro sono quasi già morti. Assenti dalla vicenda, a meno che non stia a letto, la vicenda. Sembrano arrivare, toccare la donna, lasciare il seme, e sparire. Pare non abbiano altra anima, se non quella del cazzo. Ed è per virtù e vizio, del suddetto protagonista, che gli stessi alla fine s’accoppano nel focolar – boliente – domestico. Per cazzi virtus. Loro no, donne, colorate e dalle tonde natiche spagnole, fragorose in suoni e odori, innaturalmente complici, svogliate e frenetiche, scalze, zozze di lingua, senza trucco né inganno, senza canottiera, sguaiate e amabili. Una sepoltura come atto d’amore a chi, d’amore, ne pretese fuori dal letto a due piazze, mosso dall’intinzione ottusa dell’incesto. Cazzi vitium. A me, nel frattempo, tutto ‘st’odore di donna comincia a indebolirmi. Sono l’ape in una tempesta di polline. O i miei occhi allergici, nella stessa. Ne sono circondato. Poi Penelope canta Volver, colle lacrime pesanti e oleose strette agli occhi, e la voce limpia che sale e scende a seconda di come le va il cuore allo stomaco – e alla gola. Ed è pelle d'oca regina. Si torna, sì. Nel rispetto del titolo. E’ un continuo volver, dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, di generazione in degenerazione, di degenerazione in generazione (mutatis mutandis), dallo stomaco alla gola e dalla gola allo stomaco, da Madrid, dal paesello col vento di levante, dalla sanezza alla pazzìa, dalla pazzìa alla lucidità, dalla madre, dalla figlia, da un uomo, da un altro, da un padre, dalla madre – per Dio! – la madre! E da Almodovar, per quanto mi riguarda. Finisce così, come avrebbe potuto anche proseguire, con un senso di possibile ritorno, e mi lascia – non esagero – oppure sì – con un gusto d'innamoramento estivo, una cotta e un giramento di testa con una birra – un mojito! – e un falò… quando la donna era ancora – e solo – uno svolazzare di stoffa in fiore e odore di muschio.

Bièn, vale Pedro, vale.

 

 

 

O’munaciell

Pubblicato il 28/5/2006 alle 0.51 nella rubrica cinèma.

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