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Codicillo

                                                   


Arrivo con insolita puntualità al film, forse perché il caso mediatico è di quelli drizza peli. Se fenomeno di costume è, costume sia: Arlecchino! quadrati stilizzati e stereotipi in color marròn! Un’ ora buona passa nella totale inadeguatezza alla poltrona del cinema. Mi ribollo. Enigma dopo enigma mi sfiacco, e mi resta esterno il fatto. La chiave dell’enigma di turno? Unò duè trè eccola què! Manco a tendermi che già l’hanno risolto. Antipatici. Chi? Quel bellimbusto Hanks che gli scendono le guance a come capelli, e quella santarellina che – abbiate fede – parlerà con uno smorto accento francese fino alla fine. E quanto e più di lei renderà il commissario opus-di-vino Renò. Vino francese moscio. Tutti mosci. Evve evve. Nell’intruglio ci buttano tutte le tramezze del thriller, di quello bell’americano stars ‘n stripes, nonostante Parigi nottambula. Antipatico. Forse solo per l’intreccio c’ero andato e me lo hanno pressato, infittito, sciacquiariato cogli albumi del giallo. A stento un quarto d’ora mi avvince: quando piglia la parola una specie di baronetto very very british, dallo humor così maledettamente british che una risata di sfinimento ti parte, a un certo punto, dallo stomaco a mo’ di sfiato. Ma è una risata solitaria, dall’angolo destro della gremita sala: sarà un omaccione che ride per fede. E quel quarto d’ora, tempo di teoria, non mi pare valere il resto dello strazio, che tanto dura che Maria magari gli regalava un fratellino al Cristo… pardòn: una sorellina, vista l’aria. Ron Howard, in cui confidavo quale bella mente, lo zampino deve averlo lasciato su qualche parabrezza prima d’essere investito perché era smunto, defunto, senza spunto. Spento. Ron, a dispetto delle luciarelle azzurrine che risaltano in accensioni, e degli stessi effetti che, tra l’altro, usava per i quotidiani del vecchio Nash, se ne resta gobbo suggeritore teatrale. Ci siamo, comunque. Resisto al gelo dell’aria condizionata aggressiva (del tipo: ce l’ho l’aria, e dunque la metto alta, come chi sfreccia su Ferrari in terza corsia: soddisfazione edonisticonsuMistica). Poi si svela l’arcano, quando a nessuno (estensione collettiva del mio Io) glie ne fregava più niente. Il Calice è la donna. La donna è Maddalena. San Giovanni non è gay. Gesù è ‘nu figlio e ‘ntrocchia. La bella è figlia di Carlo Magno, e Carlo Magno di Gesù. La Chiesa è cattiva. Il bene vince su tutto. L’amore è bello. Il diavolo è brutto. Ora, film finito, mi interrogo sullo scalpore. Dov’è? Qual è il motivo? Altro è il burro d’una altra Parigi, in tema di scalpore. Mi pare anche che alla fine ci si riconcilii con la giusta devozione: sostituiamo al culto del Cristo il culto della Maddalena: è questo - no? - che cerchiamo da un bel po’? La Chiesa s’acquieti. Le cambiamo solo il sesso. Questione pelosa, in fondo, oltrechè penosa, ovviamente. E poi, residuo di sberleffo, come nella meglio tradizione, bastava semplicemente non muoversi dalla casella di partenza: Louvre. Ah, l’avessi intuito prima avrei fatto lo stesso: casa mia.

 

 

 

Però, sinceramente, vi ci mando… a vederlo. Almeno, come me, scoprirete come non volete sia fatto un film e quanto non gradite l’aria condizionata alaskese. E, in più, come trasformare un bell’angelo assassino iniziale in un chierichetto grullo. Ma non si cerchi il vero: la verità, vera o falsa che sia, deve da esse primacosa bella, in un’ opera. E questa è falsa.

Pubblicato il 23/5/2006 alle 19.45 nella rubrica cinèma.

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