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GUANTANAMERA

 

Regia: Tomas Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabo
Con:  Mirtha Ibarra, Carlos Cruz, Jeorge Perugorria, Cand Raul Eguerem

Finalmente. Mi imbatto in un film che, senza scrupoli di sorta, sento al cento per cento di consigliare. Cubano, il film, come il titolo, come la canzone, che ricalca nella vicenda e nell’ atmosfera scanzonata.  Non voglio sguinzagliare la trama perché sarebbe uno spreco di battute: resto sopra alla trama, nel groppo di colori e suoni e odori, perché è questo, a distanza di qualche giorno, che mi rimane addosso. Poesia e ironia a braccetto. Le vie di Cuba, in un viaggio trasversale a più punti di vista, che si aprono senza fiato fra canneti gialli e case, inferriate, carretti, donne meravigliose e floride, vecchi con la pelle rigata dal tempo e dagli sforzi. Al centro ‘sta benedetta guantanamera, donna di Guantanamo, a dire Ciociarìa. Donna di quarant’anni, bella e faraonicamente fermormonica, professoressa d’economia comunista, che non potrebbe proprio crederci ,al comunismo, visto come le palpita l’emozione sotto al petto. I tipi umani sono marcati a sfottò, parvenza tutta latina. Le metafore si rincorrono, si scostano a vicenda, ma sempre con carezza leggerissima, come riflessi incondizionati che sfilano davanti agli occhi ma che, al primo battito di palpebra, già svaniscono. Né sai che siano esistiti mai. La fantasia s’incunea gioiosa e mite nella reale Cuba stremata sotto i piedi di Fidel, e sotto le sue cartacce burocratiche, e quando arriva, la fantasia, non disturba, non scompone, non allarma: si adagia, come un cane nuovo su un vecchio tappeto, e si può dire di conoscerla da sempre, e si può dire che grazie a lei la vita si fa più apprezzabile perché meno afferrabile. In fondo va incontro a uno dei miti nascosti dell’uomo: rivedere la vita con gli occhi dimenticati del bambino, che si meraviglia e sorride, si spaventa e sorride, sorride e comprende. E allora avanza il carrozzone, pochi personaggi ma molti solchi, passioni spontanee, cutanee. La pelle che s’arresta, guarda dritto all’occhio e recrimina il suo spazio, ma affusolata, visionaria, e d’improvviso il campo si allarga: va dritto, sempre per metafore e immagini limpide, verso un’ idea di comprensione. Di fusione, anzi. Un acquazzone, visto dal vetro, in cui la morte non è più nemica, è l’espressione più ironica della vita, la sua esatta peregrinazione, e ultima beffa (e di beffe il finale ne da’!). Così pare di aver vissuto per esteso, quando la donna, già a metà film, con tono di madre in fiore fa “es la vida: uno se va, y otro llega”. Poi c’è il cimitero, alla fine. Piove d’improvviso. I caratteri si amplificano. Il parlatore, assommato su un pilastro, dice le sue retoriche buffonesche mentre l’acqua gli scolorisce il foglio di regime da cui legge. Mentre tutt’attorno, nella stessa apparente desolatezza, una bicicletta cigola sotto il peso di due corpi uniti (e unti, per Dio!) dall’amore. Vale.

O' Munaciell'

Pubblicato il 16/5/2006 alle 19.4 nella rubrica cinèma.

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