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Diario


12 novembre 2006

Bregovic

Non ho idea di cosa dicano i cantanti di Bregovic. Ma chi dubita che non sia un dolore così intenso da sconfinare nella gioia della scossa? Trombe e trombettelle, frittelle da tirarsi in faccia agli eterni matrimoni slavi, gitani, cafoni – diremmo noi, ammansiti finanche nelle erezioni blu. Adoro questa terra, e non ho idea di cosa dica, e più l’adoro. Mesecina mesecina, come quando adoravo Lennon, e poi seppi cosa diceva e ora solo l’annuso, e mi par poco. Quando il vortice ti piomba sulla groppa, triviale, con quelle donne che non hanno nulla da ostentare perché certe che la domus sia un regno, e l’uomo un suddito delle loro virtù, e loro dee màs que reinas… l’ho vissuto, st’estate, un concerto dei suoi. Ebbene, il rock duro gli fa trenta seghe a nota, e ti ci scateni di fuoco. E sia, se volete appunto che, per i film errabondi di Kusturica? – chi dice no? E sia per il sotterraneo, il carrarmato con la scimmia, lo scimmiottato del regime, e ci metto pure Bubbamara. Ma ora, dato a Cesare, io parlo di cose che sedimentano sotto la forfora, musica che degli occhi non spartisce le leggi, e le spregia. Questo mediterraneo scabbioso mi sguscia dentro perché è mio ascendente quando l’orecchio genetico acchiappa i suoni per farne feste. Ma qualcuno ha idea di quante onde facesse la voce del vecchio poeta? Del vecchio cantore? Mica ch’era un filo d’erba! Mesecina mesecina! Un grappolo di fascine sulla pira, e fumo! La nostra culla è un giaciglio dove questo mare cortigiano ha stretto le cosce attorno a ogni seme, arabo, ispanico, slavo, celtico. E in ogni antichità la voce è metafora di vita, di memoria di vita. Il presente ha la stirpe nasale dell’automa. Ma. Ma il passato recrimina la sua dignità floreale da sotto al blue velvet che mi hanno posto come casco, elmo blindato di spinotti elettrici e artificiali. Ed io quanto italiano sono? Orecchio venduto al west. E invece, quanto italiano è uno slavo del sud che mangia terra e ortica?




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12 novembre 2006

De cadenza morae (La caduta d'a moretta)

                 

Oggi all’una e mezza, mentre recavo servigio al più vorace dei miei vizi, non ho potuto fingere di esser sordo di fronte alla rubrica della moglie di Rutelli, al tiggì. Ecco, la dama dalla scollatura fatiscente, ci rimpinguava di utilissimi consigli materni – che volesse donar latte da quel Partenone lì? – sui rischi d’incendi nel focolar domestico. Che poi si sa. Lo dice la parola. Ch’hai capito? Domestico, ha la sua familiarità con commestibile, e con estinguersi – ma qui è un augurio. Il barbecue, il caminetto, la camicia di polvere da sparo artificiale, tutti rischi asperrimi di morte focolar stante. E’ chiaro che la signora sia esule dai propri meriti, ostracizzata dai cocci infranti della coscienza umana. Se v’è d’ombra. Se v’è di dubbio, invece, dico che nutro il sospetto sfondato che la sua assunzione poco sia connessa con lei stessa, e molto con la sua unzione. Meglio così, aggiungo. [Ora è chiaro che fra qualche annetto dovrò puntare una giovane parlamentare, scoparmela bene, e farmi sposare. Che poi al resto ci pensa lei.]
What a wonderful world per un terrone scaltro coi mezzi al posto giusto.

 
A sproposito, stasera alle 23 su rete4 c’è questo. Se avrete la santità di sorbirvi le interruzioni e la rassegna stampa da euro 3 e ore 2, ne godrete. Sennò, buona notte.




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12 novembre 2006

Una risata li seppellirà, anche una media risata.

Quando sminchiare si fa arte.




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12 novembre 2006

Confessioni di una mente pericolosa

                      

Che Clooney continui alla regia, per carità. Nasconda la sua bella faccia dietro l’ottimo gusto per l’immagine. Questo film ha la pelle a scaglie, ne segui il profilo e senti il dito scartare, rapido, scartare e giocare col tempo. L’attore protagonista poi, ma quant’è bravo? No, ditemelo, quanto? Non voglio azzardare paragoni illustri, ma questo qui è d’alta scuola, Sam Rockwell, è di una malleabilità fuori dal comune. Mi piace, un insetto moggio che punge e s’ammala e ripunge e ammazza. Drew Barrymore, sebbene mi dispiaccia alquanto, qui è convincente in un ruolo rarefatto di dura definizione, di schema labile. Donna, amante, perfetta per l’uomo illeggibile. Un viaggio nella vita di un mediocre di bifronte talento. La puzza della televisione show-biz. La puzza delle agenzie governative. La puzza del drogato di morte. La puzza d’astinenza. La puzza immacolata del vizio.

 

[Stavolta tagliamo corto, che c’ho un pranzetto da preparare]




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11 novembre 2006

Mrs Clìntòn alla Biancasa? Dubito, ergo boom.

                                     
Colei che non trattenne un passero in gabbia, come terrà i falchi?




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10 novembre 2006

1000 : 8

                          

Quando il capo fotte e ride la tribù si sente la lana addosso, che va bene per la notte, che va bene per il giorno quando la tramontana ti raschia il tepore dalle ossa. Quando il capo ride tutto il seguito ne va leggero, e le penne e le piume si sprecano. Quando il capo ride pare quasi che fargli guerra sia una formica calpestata dalla mucca, che ti duole prima ancora di pensarci. Quando il capo ride si somiglia a un mare, levigato e ondoso di Liguria, o quello crespo e sapido di Sardegna. Ed il mare lo accarezzi, lo assecondi, non è mica che lo puoi tagliare! Quando il capo ride la nazione va sicura, ad istinto, imparando i trampoli e le biglie, il naso rosso e la promessa rosa, sbiadita: quando il capo ride l’encefalo grugnisce, e s’appisola.
Solo che, ridendo ridendo, il capo manco invecchia: avanza piuttosto, e in quell’incedere s’appropria delle parole e delle immagini che nutrono la massa. Il capo diventa massa con la sua risata, e la massa diventa specchio della risata di un vecchio. Quando il capo ride la massa invecchia, poi muore, la massa.




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10 novembre 2006

Munich. Muco.

                                       

Massì, Munich, perché no? Premettendo questo, diciamo che Spielberg parla di quegli anni, e con quei palestinesi, e con quegli israeliani, mettendogli in bocca quello che direbbero e sarebbero oggi. Una bella storiella, ma la trama era reale, quindi… In più (sarebbe giusto in meno) c’è quasi totale mancanza di quel sacro e infuocato sentimento di vendetta collettiva, che mi aspettavo, che speravo, ma che è troppo torreggiante per quel regista di congegni e d’industria che è lui. Altro non fa che riprendere un manipolo -di macchinette- che esegue ordini grossi, e poi, quando t’aspetti un varco, uno scorcio d’animo – torvo o azzurro che sia –, ti ci infila un tantinello di rimorso da due euro, e così cala il sipario. Se c’aggiungi la nostalgia dei vecchi 007 che ti fa venire hai detto tutto, a quel punto mi fittavo un vecchio Connery. Etciù!




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9 novembre 2006

"viaggio" in chiesa - free exit

               

Con rispetto parlando io, nell’intimo, erano anni che non andavo in chiesa se non per matrimoni o funerali, e non ero al corrente di come si fosse evoluta la sancta missa. Per motivi affettivi ci sono andato. Dieci minuti e ne ero fuori. Qualcuno, di fede, direbbe che è il primo sintomo di possedimento quest’intolleranza. Ma ch’aggia fa? Io tengo le squame sulla pellaccia. Davanti a me un manipolo di ultràs, donne, donnuncole, che aspettano un cazzo che le ingravidi per vedere finita la propria esistenza, e nel frattempo cantano con la gola stuprata quegli altissimi osanna. Figurati che ce n’è una che d’improvviso caccia un bongo e detta il tempo. Io mi immagino le riunioni dell’ azione cattolica – poche cose mi mettono i brividi come queste due parole ravvicinate azionecattolica – dove lei, una biondina latticina a caso, si alza e fa: “secondo me, Fra’ Cazzo, dovremmo ammodernarci: basta con la chitarra: la globalizzazione ha questo retrogusto etnico che, quasi quasi, proporrei di metterci un bongo sotto all’osanna” “ma che trovata geniale” risponde Fra’ Cazzo. Nel frattempo tutti a battere le mani giubilando, gola tremante, gola profonda – se sono blasfemo mi scusino i deboli di prostata. Fortuna che c’è un pischello davanti a me, che gioca: Batman si sta scannando con uno dei cavalieri dello zodiaco di cui mi sfugge il nome. Questo si salva, mi dico, fra un paio d’anni la domenica mattina andrà a giocare a calcetto o a basket se cresce alto, e dopo a nascondino con le ragazze, si salva, si salva senz’altro.
Il prete fa un’omelia imbarazzante, la seguo come non mai, unico nell’assemblea giurerei. Una frase, una, quella chiave di volta che regge la capanna, ci penso e ci ripenso oggi ancora e non la comprendo: “Gesù è la verità che ci libera”. Porca puttana, che gemma! Gesù è la verità, presumo che se la sia appuntata con la V maiuscola, quella di vagina per intenderci. Forse cita un filosofo? Ma poi da che ci libera Gesù? Dall’inquinamento, nel migliore dei casi, o dalla guerra, o dalla vita ci libera, perché dalla morte no di certo. Ma poi m’illumino d’immenzo: c’entra il teatro! Qualche teoria sulla rappresentazione? Questo l’ho pensato quando dopo l’omelia il prete s’è messo chino a riflettere in una recita guasta, e la gente pure, e questo corrucciava la fronte, e si passava la mano fra i capelli, poi sul mento, se lo coccolava il mento, e si spremeva le tempie: ci siamo – pensavo – mo gli scappa lo stronzo. Allora, nella paura, me ne sono andato fuori al sole fra lo sconcerto dei parenti, e camminando camminando sono arrivato al cimitero ma… quel dubbio che m’impala il cranio: “E se io non volessi essere liberato da Gesù? I cazzi suoi, farseli, no?

 

O’Munaciell




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9 novembre 2006

Cempions lig di "questi cazz". Scontri diretti senza sconto.

Orsù fratelli cari, e belli, blogger e bloggere d’Italia unitevi uno ad uno: il gioco entra nel vivo e il morto ne esce. Iniziano gli scontri diretti a causa di semafori leccalecca che dalle guardiole dicono: “Sì, fragola e lampone ma, prego, passi pure”. Come da regolamento il latte è uscito di senno ed è scaduto in gocce fra vasi zeppi, babbà al rum e zeppole di San Moscati – che a proposito hanno paralizzato Piazza Del Gesù per girare un funerale con merda di cavalli neri ed eleganti, ma è fiction.
Quelli che seguono sono gli accoppiamenti, segugi di razza sopraffina. Funziona così: ogni numero rappresenta un’entità soprannaturale in cui ostinarsi a credere, e ad ogni numero corrisponde una sfida; poi, all’interno del numero, eliminati i decimali, ciascun candidato avrà una sigla di riconoscimento (o riconoscenza che dir si voglia se si vuole), qui indi tu che voti dovrai elencarmi sottostantemente il numero della sfida e il codice di riconoscenza – perché è chiaro che se sei qui, a votare, il merito è solo mio e non solo. A te tocca votare senza toccar con mano a mezzo di commento al post, oppure telefonando in diretta alla trasmissione “Dieci anni per me di giovinezza in più e fra due anni sarei maggiorenne con tutt’altro senno senza luna”, come disse l’Arrosto, ma era fumoso, indefinibile, immortale. Come quest’iniziativa del cazzo con la quale vogliamo dimostrare, noi di questa generazione in generazione, la nostra degenerazione verso – giammai la scimmia! – il lombrico, che striscia viscido e ti si infila di notte nelle mutande chiedendoti di partecipare, di accorrere in matassa, di far sentire la tua voce megafonica, la tua panza mai doma, la tua dama troia mai sazia. Fumoso.
Questi gli accoppiamenti che a maggioranza unica sono stati combinati (non taccio di dire che in trasmissione l’opzione “voto i cazzi miei”, non compresa nel concorso, ha ottenuto 412 preferenze su 550 telefonate… ma, appunto, non compresa):

 

1: cod. 2-l-8    cod. 3,14*al quadrato

 

2: cod. 22°parallelo   cod. 45nord/nordest


p.s.  Ricordiamo che i vincenti le singole sfide sfotteranno i perdenti.




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8 novembre 2006

"viaggio" in Palestina


In quei giorni la Palestina non esisteva ancora, e tutti s’inzaccheriavano i risvolti dei calzoni dalle loro zattere di tronchi di datteri. Gèsu, che portava i capelli rapati a zero per l’eccessivo caldo umido di quella stagione, indicò a Giannino un punto imprecisato del cielo, e disse:
O bbir Gennì? Chella luciarella è papà”.
Giannino, che da poco aveva finito il periodo d’allattamento, rispose con quel torpore di cervello che gli aveva guadagnato il soprannome di “Giannino vocca aperta”, e fece: “Sì maestro, ma che c’entra con quello di cui stavamo parlando? Io ti avevo chiesto se Virginia la britannica era geniale e pazza.” Gèsu, che maestro mica lo era per dar chiocciole ai coccodrilli, disse: “In verità in verità ti dico, Giannino, ogni genio s’illude di poter essere pazzo e ogni pazzo s’illude di poter essere un genio”.
Come il maestro s’era appena rinvigorito il senso del suo appellativo, così Giannino vocca aperta allargò la bocca di altri due o tre centimetri di diametro. E disse: “Ma allora colui che si ritiene un genio pazzo è per forza o genio o pazzo?”. Gèsu, che maestro è ormai assodato che non lo era per fare scale a chiocciola (pur essendo noto apprendista legnarolo) disse raspandosi il cranio scartavetrato: “No Giannino. Potrebbe non essere nessuno dei due poiché entrambi sono fatti della materia dell’illusione”.
Seguì quell’attimo necessario affinché un’umile mente s’elevi al rango di un si’ simil tanghero, le cui nacchere sono agli uomini tuoni. Poi Giannino chiese articolando a stento le interdentali: “Uh Gesù! E tu che ne sai?”.
Vedi Giannino, io sono il figlio di iddio” rispose Gèsu.

Si chiuse il cielo, alcuni dicono che nevicò, altri che piovò.
Ma quando il Piave rientrò tutti gli Egiziani erano esplosi, eppur vissero ugualmente felici e contenti.

 
Parola del signore.
Rendiamo grazie a zio.




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8 novembre 2006

Oibbò! Cosa unita fa l'Europa?

I Tedeschi, quando a cavallo fra due secoli della décadance apparve una force majeure di genio e volontà, forte a sufficienza per fare dell’Europa una unità, politica ed economica, tesa a governare tutta la terra, hanno privato l’Europa, con le loro “guerre di liberazione”, del senso, di quel miracolo di senso che l’esistenza di Napoleone rappresenta – e perciò essi hanno sulla coscienza ciò che poi ne è seguito, ciò che esiste oggi, questa malattia, questa insensatezza, contrarie alla civiltà come null’altro, il nazionalismo, questa névrose nationale, di cui soffre l’Europa, questa perpetuazione di un’Europa fatta di staterelli, di piccola politica: hanno privato l’Europa del suo stesso senso, della sua ragione – l’hanno spinta in un vicolo cieco.
F.Nietszche

Caro Federigo, mi ti apro a cuor pulsante: t’inviterei a cena, o per un viaggio coast to coast ‘merigàn che un dìa farò. Però permetti una cosuccia: capisco il ribrezzo per quel popolo di cui dicevi “I Tedeschi non hanno piedi, hanno solo gambe… I Tedeschi non hanno alcuna idea della loro volgarità, ma questo è il superlativo della volgarità – non si vergognano neppure di essere dei semplici Tedeschi…” ma vogliamo tralasciare quell’animale anomalo e strambo della Russia? Quell’animale disposto a mangiarsi la coda e le gambe pur di farne tranello, quell’animale storto che s’incunea sotto la neve come lo struzzo usa la rena? O quell’altra specie rara di montagna puritana, al secolo Englandia, che si scuda delle onde perpetuando – questa sì – il suo mongolore cronico e paralitico? Tutto per quel po’ di seta e di milk-tea.
E ancora, permettimi di far valere l’unico pregio in cui, umilmente, sento di poterti soverchiare (pur allontanando da me qualsiasi calice comparativo, manco a dirlo) : l’esserti posteriore di più d’un secolo. Cioè, tu non potevi sapere, non potevi conoscere… ma io sì: te l’immagini che mostro sarebbe stato Platinì se l’Europa avesse dovuto la sua unità a un naturalizzato francese?
O’Munaciell




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7 novembre 2006

Cempion lig di "Questi cazzi"

Partecipa anche tu alla nuova iniziativa della rete “vediamo quanti pesci pijo che se li famo ar forno con la porchetta bbona”, come disse Pietro su cui fu costruito il pollaio da cui le memorabili tre volte.
Il regolamento è semplice. Potrai votare, fra questi cazzi, il tuo preferito tramite un commento al post (affrettati: hai tempo fino a che non scade il latte in seno), oppure telefonando in diretta alla trasmissione “40 anni suonati di carcere in quattro non è poi mica male datosi che fratti per un quartetto darebbe 10 anni a capo dalle ore 18 alle ore 17 ogni giorno 28 del mese iva esclusa.
In più, sottolineo in più, c’è da ricordare una cosa. Una cosa  a piacere, che ciascuno sceglierà dal proprio bagaglio a mano o dalla propria manica trattandosi d’assi quali siamo. Quella cosa tenetela bene a mente perché ad estrazione sarà estratta a caso una bambina dal pozzo e questa indicherà il nominativo da cui il nostro gruppo d’esperti crittografici dedurrà il relativo genitivo del vincente. A quel punto scatterà una domanda che potrebbe vertere proprio su quella cosa tenuta a mente, altrimente no. Nel secondo caso (genitivo) il perdente vincerà un cazzo. Nel primo caso (invece) vincerà un soggiorno in Giamaica a patto chiaro che le altre stanze le arrederà da sé per tre.

 

Ecco “questi cazzi”:


Cazzo 1: un cazzetto da Firenze, dal nostro amico Michelangelo, che per evidenti ragioni sceglie di rimanere anonimo di cognome e in ombra di fatto.

Cazzo2: particolarmente in voga negli ultimi anni, difetta di temperatura ma non certo di humor ed elasticità mentale.

Cazzo3: ecco il caso in cui la lingua trae beneficio, consigliato l’ingoio contro la sete.

Cazzo 4: molto simile al precedente, signori, ma un attento osservatore (specie di sesso femminile) non mancherà di notare le differenze.

Cazzo 5 + 0,5: i due gemellini calabresi, anonimi per pudore e scuorno, vogliateli bene! Benino!

Cazzo 6: questo qui è problematico, s’è arenato nella frantumazione di sé del Novecento, ma col vostro aiuto conta di sciogliere il gorgo gordiano.

Cazzo 7: la fantasia di un bambino smaschera subito un papabile maniaco sessuale. A ver!

Cazzo 8: Il famoso cazzotto di Clay-Alì ai Beatles: spero a Paul, ma temo a Harrison (a quel punto Ringo, no?)

Cazzo 9: secondo me morde.

Cazzo 10: dal numero del fantasista. Ne occorre.

Cazzo 11: lo scudo dell’uomo medio alla scalata femminista. Cara, che ci farei con un peso sullo stomaco?

Cazzo 12: punge e scatarra: da evitare.

Cazzo 13: vabbuò, per arrangiare.

Cazzo 14: sottigliezza, trasparenza, flessibilità. Consistenza niente? Ma che è? Na nuova coalizione?

Cazzo 15: questo è il top, signori, alta classe. Si mormora che, a volte, riesca anche a mettere in fila soggetto verbo e complemento.  Per poi mandarli al fronte.

Gli accoppiamenti saranno decisi a maggioranza unica senza esclusione d’orgia tra gli otto che otteranno più votti.

Partecipate in numerosi a sti cazzi!




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6 novembre 2006

S'addam-urì

                      

Sinceramente, muore, non muore, mai una morte m’è stata così indifferente. Se proprio devo ragionarci direi che mi pare inutile, che muoia. Vabbè, quale morte è utile a menocchè io non sia cannibale e affamato o abbia un fuoco acceso e un terreno da concimare? Appunto non è questione morale in genere la morte, appunto non la chiamano direttamente quelle grosse categorie da cui ogni parrebbe partire. Muore, non muore. Penso un attimo: se non morisse? Fra qualche annetto, in plena demenza senile, lo andrebbe a intervistare Minoli, e lui vomiterebbe tutti i retroscema, i pioli della sua scalata, le alleanze e i dollari, a chi sì e a chi no il suo petrolio, e la scintilla che ha avvampato il vaso e quella cazzata del q8. Appunto, allora a qualcuno è utile che muoia! Non certo al popolo iracheno che – la penso alla Bolì- se gli si fosse intirizzito il colon e fosse partito con un fuoco di vendetta da popolo-soggetto l’avrei applaudito e ammirato, e sarei andato a farmi fotoreporter muslim a Babele. Ma se n’è stato buono, d’altronde gli sono utili ben altre faccende, ben altre democrazie d’apprendiStato. Tant’è, per sfregio lo impiccano – sti cazzi – però la cazzimma m’è antipatica e una botta di fucile se proprio si deve – a non scomodare le loro altezze col tanfo nell’armadio – glie la si potrebbe schioppettare in pancia. Orsù, sparagli, Pietro, prima che la collina blateri i segreti della valle!




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6 novembre 2006

Topico

Capello in crisi? Ma si sa, è il periodo delle castagne.




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6 novembre 2006


Signore e signori: un gran bel rutto.




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6 novembre 2006

Rimpicciolimento dell'uomo civile

                                    

Qui non si osanna la conoscenza. Non si appostano diamantini luccicosi ai nodi di una rete ampia, ampia, che si spinge dall’eretto a oggi con i grossi nomi. Qui ho il culto per l’ignoranza, per l’impatto che fa l’onda sullo scoglio vergine. Ciò nonostante che un parlamentare di una repubblica non sappia l’anno della scoperta dell’America  mi ammala, ara quel campo già disastrato che è la mia fiducia per chi la piramide della società la vive in alto dove la neve la fendono le catene di un’auto blu. Mi chiedo cosa possa capire del mondo d’oggi uno che potrebbe, per ipotesi, azzardare datazioni sconclusionate. Così come le nebbie che avvolgono la rivoluzione francese, a non diradarle si potrebbe pensarla recente, quasi non avvenuta: Libertà? Uguaglianza? Fratellanza? Siamo, o parlamentari, del tutto certi che i traguardi sono alle spalle? Cioè al culo? Mi chiedo quale sia la competenza per la quale un partito decida una candidatura al posto di un’altra – perché non oso immaginare che l’altra, una più giusta altra, non esista. E’ una competenza che ha relazioni con la tasca destra posteriore? Nella migliore delle ipotesi potrebbe trattarsi di preparazione molto specifica, economicissima, anche oratoria azzarderei, insomma di quelle bontà che io non posso capire e che prescindono dalla conoscenza del ritmo del progresso civile. Ma poi? Una volta al seggio il libero discernimento quali nozioni fornisce alla testa di chi è mancante nei perni della storia umana? Ecco, ci sono, forse per partito preso non è necessario un discernimento: forse il capo chino e il sì/no a pappagallo sono virtù nel nostro sistema politico. Massì. Allora non serve cercare l’origine dello scempio, né buttare là qualche responsabilità dei dirigenti di partito nelle province – che è lì che tutto nasce, o no? Forse questo presunto scempio è in realtà la più profonda prerogativa per il funzionamento di un gregge sofisticato, che si muove camaleontico fra concetti alti, sinuoso fra le pieghe della rappresentanza, basso fra le cosce della moneta e della pubblicità. Questo scempio è allora un miracolo di perfezione e d’inganno. Ecco, o parlamentari, una nuova data da imparare: l’età del rimpicciolimento dell’uomo civile.

 

O’Munaciell




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5 novembre 2006

Padre Tullio

L’ultima volta l’eravamo andati a trovare a San Domenico Maggiore, due o tre anni fa, di quelle scappate con gli amici del liceo che ti rivedi, fai un giro a Napoli, e invece di andare a sfottere le puttane a Gianturco vai in chiesa a salutare il vecchio preside. E lui, prete, gran figlio di puttana col pepe al culo, ci aveva riconosciuti tutti! Che testa! Quegli occhi a palla rapidi come trottole, e la lingua biforcuta e ingegnosa da rammaricarti che un’intelligenza così vada sprecata nella fede. Ma tant’è, per lui non fu sprecata. Del liceo era stato il preside, Tullio Castaldo, negli anni miei liceali appunto, che se non mettevi la divisa ti ricacciava a casa quando stava storto, e si appostava sull’ultimo gradino di contrappello, quel tedesco travestito da pulcinella. Se stava dritto ci invitava in presidenza, noi che in terzo liceo andavamo bene e campavamo di rendita: Pietro gli rispondeva pure al telefono. Vantava venti, trent’ anni d’insegnamento al classico, ma un altro classico, diceva, di quelli a bacchettate e ceci, di quelli che la memoria te la allargavi, e aveva educato fior di professionisti, diceva, e quando voleva che lo sapessimo, del suo passato illustre, veniva in aula e iniziava ad abbaiare “quì què quòt, cuiuscuiuscuius, cuicuicui, quèm quàm quòt…” oppure, a stupirci con la magia dell’autorità: “lo sapete o no che nin, quello greco, è da lì che viene il napoletano ninno, cioè il bambino, o’ criatur: voi nun v’avita credere che o’ggreco è muort, la lingua è viva, nun more”. E’ morto lui adesso, ieri. Senza darci il tempo di organizzare quella visita in massa cui un paio di noi pensavano da un po’, ma è consuetudine, credo, quella di non farcela in questi casi. Poi il funerale, che i Domenicani sanno creare un fasto da missione sudamericana. Ma io sono un indio, e conosco il potere mistico di un peyote, quindi non mi incantate. Eppure… che fasto per Tullio, e come si sarebbe sollazzato col suo testone reclino. Tullio, lo chiamavamo alle gite quando voleva fare il terrorista, e però non reggeva al sonno e alle otto già ronfava in camera sua, e noialtri a rincorrer sottanelle. Sottanelle: se mi usciva la camicia dal pantalone, a scuola, mi diceva: “Munacie’, ma che devi fa’ cu’ cchella pettola fuori?” la pettola, e poi subito dopo diceva che pure le pulci hanno la tosse, ma non così, lo diceva col ghigno e in napoletano, perché la lingua mica muore? Lui sì, la sua lingua biforcuta no. Biforcuta come una fuga: se la fede è una punta, con le cazzate dell’altra guancia, l’altra punta era quella risata condita di sfottò, che un essere triste com’è colui che si fa vincere dall’esterno – che la fede esterna parte – non può avere. La lingua biforcuta di Tullio mi ha convinto, a sua insaputa, che c’è sempre un contraltare. Quel diavolo d’un prete!


(E quella volta che ruppe la sedia alla conferenza, prima trac, poi un altro piccolo trac, poi trac
trac.. sbadabàm a terra, sprofondato sotto la cattedra; o quella volta che a fine anno gli cantammo quelle canzoni riadattate, e ne era il protagonista, forse andava in pensione; o quella volta che mi chiamò in presidenza per chiedermi se la nuova professoressa di Latino, giovane e pollastra, andava bene, se riusciva a tenere la classe in mano; o quella volta che ci rubammo i volantini per distribuirli, e uno fu beccato e sospeso, ed ora quell’uno fa il finanziere, cazzo! O come quella volta… e quell’altra… e ancora…)




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5 novembre 2006


Non voglio troppi problemi oggi. Sto nervoso. Non troppe domande. Solo un paio, questo è il giorno del signore. Quindi quant’è bella? No, dico, quanto è bella sta figliola? Neh?
                               




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4 novembre 2006

monològo

                                         

Conato di freddo vibra nei reni, sarà il tramonto che muore, tremando tremendo tramonto, che le dita – non so quale soggetto, ormai – fanno bozzoli e tane alle ossa. Tumescenza! disse un pittore che impugnava il cucchiaio come fosse betoniera, francese, e lo disse con succo d’uva a fermentargli sulla bella parola. Non sapeva, cieco di barba, che il dorso collassa sull’addome mentre ancora lo ritieni bastimento, in avanti come un difforme merlo in picchiata, a pregare calore al petto, appallottolandosi allodolmente. E’ una lode che l’evoluzionismo farebbe a se stesso, quella dell’uomo col capo nelle spalle, col collo di camino e le spalle bracianti. Gracchiano. Queste dita. Che scartoffiano i tasti vagliandoli tovaglioli di ghiaccio, buoni per pregi alcolici e barbara prece per questo ventre rimbombato. Sarà un mese e mezzo che non ho caldo, così sussurra l’esofago, ma lo fa mite, come il toro che lotta contro l’idea dell’ultima bandiera. Mite e carminio, perché l’occhio a tratti è l’ arcano irrisolvibile, è l’unico appetito preteso dal mostro che ci vive e che ci brama. E’ una vita, pare, che non ho caldo. Mai avuto, pare, quell’eskimo sollievo che fa sentirti liquido. Datemi una leva, e leverò dalle ossa quest’ impalcatura invernale, e le farò flesse, e sarò una sfera che non latita né sparge energia.

      




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4 novembre 2006

Berlusconismi

Ultime da Paperopoli, dove starnazzano le aquile.
                                       
Penultima. Niente, è che uscirà la nuova fatica di Vespa, che si sa, le fatiche non le fa mai senza carta igienica. Niente, dice che c’è uno sbuffo di conversazione fra Prodi e Vespa in cui il Primo direbbe una serie di verità sul Silvio nazionale, cioè che è sfondato di quatrini e che grazie ai suoi mezzi praticamente illimitati salta e risalta la linea della legalità come cazzo gli pare – casa delle libertà etc etc…, come diceva Guzzanti. Beh, non è che Prodi dica spesso qualcosa di sensato, quindi subito è scattato all’ordine Bonaiuti: “Prodi non ha titolo per parlare di Berlusconi!”. Ma che è? Medioevo? Cavalieri solo fra simili o, sennò, cappa e spada e guanto in faccia?

Ultima. Niente, è che Santoro non ha fatto parlare Berlusconi in trasmissione: il messia aveva telefonato, cribbio. Su questa mossa di Santoro potremmo discutere per un po’, però il fatto che mi si dica che la struttura del programma è quadrata e rigida, e che non ammette in nessun caso telefonate, per ora mi basta: semplice addizione di regole. (Ed ecco quindi che aveva ragione Prodi, sullo scavalcamento della regola di sopra). Senza entrare nel merito della questione, diciamo che stanotte al tg5 dell’una e trenta o giù di lì che tanto era notte nera, un intero servizio è stato pagato non tanto a narrare la vicenda e il subbuglio scaturito nel cda RAI, ma piuttosto la tesi (esatta, snocciolata e cotta a dovere, proprio in ogni singola e possibile sua espressione) negata da Santoro al cavaliere. Il tg della maggiore rete privata nazionale? Vabbuon’ che è sua, ma non era liberale e liberista lo stronzone? Come a dire: “Il pallone è mio e stabilisco che il portiere non la piglia con le mani!”.
                                                      

O’Munaciell




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4 novembre 2006

Una parola per questa tragedia

                   

In quei tempi in Palestina ancora non s’era mai visto uno scud, sicchè l’unica grossa palla allo stomaco la facevano le bizze di un certo Erode, una specie di feudatario eunuco che ordinava di ammazzare i bambini brutti e paurosi (da lì la leggenda del boogyman). Giovanni, che era sempre stato il più tontolone con quel pollicione ancora in bocca, si rivolse a Gesù spostandosi una ciocca bionda dalla bocca, con la lingua sì, e disse: “Maestro, ma cos’è il qualunquismo?”
Gesù, massaggiandosi il costato, rispose con quella supponenza che lo contraddistingueva da quando aveva fatto lo sborone al tempio: “Qualunquismo, Giovanni, è, per fartela breve, usare la parola qualunquismo”.

 
Mistero della fede!

Annunciamo la tua morte o Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta




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3 novembre 2006

'Ca morra!

1. Del circolo vizioso.

La camorra è una società per azioni, non vuole ammazzare, solo fare soldi. Ammazzarsi è la pubblicità, diciamo. E’ umana, e necessita di uomini che ne facciano parte, e di uomini con cui fare affari. Volente o nolente, al di là delle altre organizzazioni criminali nazionali e non, anche i negozianti -col pizzo- sono uomini con cui fare affari (diremmo più che sono l’affare in sé). Come la si può combattere? Tre strade. O la pigli frontalmente, a mo’ di tir. O le levi i soldati dalle fila. Oppure le levi il maggior numero possibile di affari. La prima strada è inutile, perché non si tratta di un palazzo che ne demolisci le fondamenta e quello viene giù: a sorreggerlo c’è il mercato, la domanda e la promessa di pagamento. Dunque accade che tolto il capo se ne mette un altro solo perché c’è già tutto pronto, è la comunità, in un certo senso, a chiederlo (e non parlatemi della comunità napoletana, perché a Scampia arrivano bavosi i clienti da mezz’ Italia!). La terza strada, quella di toglierle gli affari, è inutile perché presupporrebbe la capacità dello Stato di salvaguardare effettivamente i commercianti che si ribellassero… ma, considerata la potenziale trasversalità di un colpo di pistola alle gambe, non c’è albero genealogico che tenga. La seconda strada è possibile: toglierle i soldati. Gente che si arruola per soldi e per cultura. Gente che, però, non avrebbe altro sbocco dal vicolo di merda. Qua  scatta il circolo del vizio: non c’è lavoro e dunque cresce la camorra come gramigna perché è l’unica soluzione, ma più cresce la gramigna più diminuisce il lavoro perché ogni impresa commerciale si spenna, sopravvive a malapena per quella sovrattassa che richiede l’antistato. In altri lidi d’Italia accade che il barista ben avviato può accumulare danaro da aprire un altro bar in un'altra piazza e metterci a lavorare il cugino, qui, invece, accade che il cugino del barista, il quale barista a malapena arriva a fine mese, se ne sta in strada.
La strada: ora inizia il secondo punto.

 

2. Della strada semplice.

Leviamoci dalla testa l’ambaradàm ecclesiastico, i giuramenti, il sangue mischiato  e i santini che forse qualcuno ricorderà de’ “Il camorrista” di Tornatore. Funziona diversamente, e funziona meglio, e sarà sempre meglio al punto che tutto, qua, andrà peggio. Le file s’ingrossano di nuovi adepti in continuazione: o’sistema, lo chiamano vezzeggiandosi la parola in bocca. O’sistema è grande, coi tentacoli lubrificati che scivolano di vicolo in vicolo, di vialone in vialone. Funziona in modo elementare, e o’sistema avanza dove lo Stato regredisce. Diciamoci la verità: cosa offre Napoli al giovane che non ha avuto la pazienza di studiare? Ecco, spero che ce la siamo detta, perché uno non può restarsene a casa, davanti ai piedi della mammma che ramazza, e allora scende: va per strada. Funziona semplice, la strada. C’è un coetaneo che ti saluta. Lo conosci, c’hai fatto le medie assieme, ora lui ha una moto 600, tu a piedi fra il collocamento e un breve passato da lavoratore in nero che anneriva qualsiasi prospettiva di futuro. Il giorno dopo, che ancora stai in quella strada, quel ragazzo ti saluta, e magari ti da a parlare: lo conosci, sei educato, ricambi la parola anche se, forse, è d’o sistema. Il giorno dopo, magari, lui va di fretta, deve fare un servizio e ti propone di accompagnarlo. Forse non ci vai. Ma il giorno dopo ancora? Tanto stai per strada, “che ti costa?”. Funziona così, semplice. Poi i primi venti euro. In una settimana di accompagnamento magari ti sei già fatto cento, centocinquanta euro. Due conti: in due settimane puoi arrivare a 300, magari con un po’ d’impegno in un mese di servizi, per iniziare, puoi sforare i mille. Funziona così, semplice. Dopo un anno il servizio s’è complicato, in tasca hai un ferro che userai dalla moto dell’amico. Sì, un attimo speso a pensare che, magari, se avessi avuto un lavoro quel giorno… prima di scendere in strada, foss’anche stato da ottocento, novecento euro… ma… è tardi, quel ferro ti può fruttare qualche migliaio d’euro in un colpo solo, magari due.

 

3. Del polpo nell’acqua.

Non c’è niente di mistico. La storia non la fa l’incenso, ma le congiunture. E l’esatto punto in cui oggi s’intersecano la disoccupazione, l’assenza di futuro, e l’ignoranza, è letale per questa città. Disoccupazione, assenza di futuro e ignoranza. Una chiama l’altra. Quindi basterebbe toglierne una per rammollire i tentacoli d’o sistema. Ma davvero, lassù, fra i bottoni e gli avori, fa comodo risanare Napoli? Tanto, si sa, il polpo si cuoce nell’acqua sua medesima..


O'Munaciell




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3 novembre 2006



E no, questa no! Il prossimo fiore della letteratura
occidentale speravo di essere io, non lei!

 




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2 novembre 2006

Baghdad sniper

Realtà che imita la finzione


 

C’è questo cingolato americano, color sabbia. Un soldato è in torretta, emerge giusto d’un elmo. La nostra visuale è quella del cecchino. Un tonfo, l’immagine sobbalza. Una nuvoletta scura attorno all’elmo che si scuote, s’accascia sul carro l’uomo. Altra scena, stessa vista, due soldati si proteggono dietro un veicolo chè chiaramente credono che il pericolo sia dal lato opposto. Il cecchino, che li vede come noi di fianco, probabilmente starà mirando a sorte, o a sympàtheia. Tonfo come il precedente, la realtà visiva impenna verso l’alto e si riabbassa: un soldato scarta di lato, si piega sulle gambe e poi s’affloscia. Il compagno si muove d’istinto all’indietro impugnando meglio l’arma, ma, inutilmente l’arma, perché non ha idea ancora di quello che è successo, poi si china verso il ferito in quella che m’è parsa una marea d’umanità. Questo è il nuovo baratro visivo: il cecchino, nell’era della comunicazione di massa, si porta la telecamera e appara il focus a quello del fucile.
Ma io? Cosa guardo? Cosa vedo? Questo stato d’animo che mi incrina com’è che non mi spacca? E’ una puntura che dà solo nausea, come se dopo un’ abboffata di carni ti servissero una polpetta di manzo ripiena d’acciughe. La realtà e la finzione cozzano nella mia testa, poi s’accarezzano, alla fine scopano. Tutto il background di film in tema, la viet-cong di Full Metal Jacket, come il duello sublime di Il Nemico Alle Porte nelle nevi russe, agiscono da anestetico, o da vaselina? I giochi da console nei quali manovravo la stessa visuale, e miravo agli stessi punti, e con la stessa freddezza, e causavo le stesse cadute, che razza di rimpasto hanno fatto della sensibilità della mia rètina? E quanta cultura occidentale è nell’ allestimento di un arabo che ammazza per mestiere e per intrattenimento?
Mentre domando risposte che precedono le stesse, riconsidero la com-passione che, ideologicamente, ho talvolta nutrito per quelli che combattono quella che vedono come un’occupazione: in fondo il serpente, per il veleno, ha solo bisogno di una scusa. E se da un lato la realtà imita la finzione, dall’altro la finzione oltraggia-camuffa-e-complica la realtà: pure la retorica occidentale eh, quest’è guerra signori, sennò cosa?

O'Munaciell




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1 novembre 2006

Babel

                                     

Inarritu, scompone e ricompone, intreccia e tesse. Le immagini sono sempre forti, direi… sensazionali fuor di mio sensazionalismo, ma pigliando la parola per retta semantica. Ci sono sequenze di fotogrammi rapidi in cui ciascuno d’essi abbozza una storia, una vita, un pensiero e un passato. Un futuro. Babele è tre linee che s’intersecano: Giappone, Marocco, e Mejico con parentesi statunitense.

Nel primo si produce la sciupata società nipponica, tesa al bene occidentale ma assuefatta al suo male, ai suoi malanni urbani (la scena dello sballo mette i brividi… ma tutto mette i brividi!), al freddo che il guadagno sfrenato impone come dazio, alla minigonna senza mutanda e al sesso come ultimo palpito di vitalità. In Marocco capre e regole basiche, istinti semplici lontanissimi dai tumori giapponesi, bontà e stupidità intrecciate, bellezza di volti mediterranei e caldi, la famiglia zoccolo duro, il voyeurismo sano e, ancora, caldo, ma bambini troppo adulti e troppo bambini. Il Mejico, infine, protubera dagli U.S.A., che tutto collegano nel film, è allegro e cantante, è una mano sulla coscia che danza, uno sparo alcolico in cielo… ma s’ammattisce al cospetto del gigante legale americano, del valico, del confine, e va a morirsi del deserto, il Mejico.
Di nuovo in questo film, rispetto agli altri del messicano, c’è un afflato odierno e attuale: la ricerca di una via più breve per la comprensione fra individui divisi tra loro dal semplice, e colpevole, fatto di essere inglobati in comunità su cui s’impongono regole irritanti, atte appunto a dividerli. Allora gli arabi aiutano l’americano più, e meglio, e più umanamente, di quanto facciano i bifolchi turistoni americani stessi – che poi, quei bifolchi, ciascuno li ha visti esattamente così almeno una volta nella vita. Insomma, a tecnica di narrazione e per impatto d’immagine Inarritu veleggia a due metri da terra. Purtroppo, mi pare,  il filo che intreccia è monotono: dolore sopra dolore, filtro di solitudine. Manca la distensione e questo tono serio scava le guance al sorriso che, appunto, non nasce mai. L’unica, e ultima, speranza dell’uomo è quella breve salita dopo la voragine… ma, per quanto durerà?




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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