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ciromonacella
'o munaciello


Diario


29 settembre 2007

Solo se piangere vale a lubrificare, sennò no.

Sollecitato da Espressione, in commento al post di sotto, affronto la questione. E mi preme. La Corte di Giustizia Federale – che già pare il nome di una lussuosa stanzetta dove panzuti e occhialuti ottantenni vanno a sudare nel disperato tentativo di spararsi un’ultima sega – ha respinto il reclamo del Napoli etc.. etc..

Praticamente, a causa di alcuni fumogeni, di una bottiglietta e di uno striscione offensivo per i tifosi del Livorno, la gara col Genoa si disputerà a porte chiuse. Per quella con l’Inter, fra qualche tempo, sarà impedito ai tifosi napoletani di andare a Milano perché un certo osservatorio di pulci nei peli pubici ha scoperto che c’è rischio di tafferugli. Ora, l’amico espressione, e molti altri qui, sostengono che si tratta di congiura: il Napoli è solido, economicamente forte e, ancor più importante, produttivo: insomma va azzoppato ‘o ciuccio.

Fin qui ci siamo. Perché a Reggio c’era già stata una pioggia di bottiglie… partita sospesa, ma niente squalifiche o provvedimenti per la Reggina o per i suoi tifosi – tanto la Reggina sta giù in classifica. Ci siamo anche perché il grado di permalosità dei tifosi del Livorno, considerata la famigerata loro verve e soprattutto il codice espressivo usato da loro negli ultimi anni, dev’essere piuttosto basso. Ci siamo anche perchè, a proposito della trasferta con l’Inter, bisogna ricordare che i tifosi della Lazio in trasferta a Bergamo c’avevano i machetes, e l’osservatorio non li aveva notati. E ci siamo anche perché, valutata l’indole generica dell’ultrà che va in trasferta, ogni domenica c’è rischio tafferugli in ogni città d’Italia. Ma Napoli fa paura, è ovvio. O piuttosto disturba.

Tuttavia io sono d’accordo con la squalifica. Sono d’accordo perché i fumogeni danno fastidio prima a me quando vado allo stadio; sono d’accordo perché quella sola e stupida bottiglietta è il pretesto che si attendevano; sono d’accordo perché scansare le trappole senza chiagnere ci darà un godimento estremo quando fotteremo.

Ma se proprio si vuole, si torni al titolo. 


25 settembre 2007

"Le Avventure Del Munaciello", ITALIA-FRANCIA (seconda e ultima parte)

Elemento multimediale non supportato....fottiti!


25 settembre 2007

libmag on line

 
Correte, cliccate!
(per quanto mi riguarda, ancora vignettai)


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22 settembre 2007

"Le Avventure Del Munaciello", ITALIA FRANCIA (prima parte)

 



21 settembre 2007

c'attualità

 


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20 settembre 2007

Ugolino Stramini

Al post di sotto quest’uomo commenta così:

 

Notevole sfoggio di dimestichezza con un uso giocoso della parola, vero? Per come è strutturato il commento verrebbe da ritenerlo scritto di getto, come una concatenazione di spugne in cui ogni pertugio si riempie di una schiuma diversa, diversi saponi, diverse saponette, e tutto scivola spinto da un lungo e spezzettato respiro. Ma non basta, c’è dell’altro. Il signor Ugolino Stramini dimostra di sapere come si costruisce l’attesa, e come la si fa implodere o esplodere con l’ultima frase. Per arrivare a questo risultato o si imbrocca la giusta dottrina, e sarebbe teoria da quattro soldi, oppure – e ritengo sia il caso di Ugolino – ci si avvale di una fine sensibilità tramite la quale il risultato del testo è percepito anzitutto sulla propria pelle per poi, solo in secondo luogo, ripercuotersi su chi legge. È questo il caso delle scritture che prediligo, è anche il caso di certa mia scrittura, e con grande piacere dico che è il caso di Ugolino.

Poi segue:

 

Ugolino sa ragionare ampio. Cosa rara quanto preziosa. E non risponderò in merito all’argomento perché… il ragionamento che apprezzo e che trovo ampio mi conquista. Parlerò invece di lui: chi cazz’è Ugolino Stramini? È più di un anno che ci si legge a vicenda, ma con lui accade una cosa anomala in questo rarefatto mondo di bloggggersssss: non si scopre. Cioè, prima o poi ogni blogger spiffera qualcosa di sé, qualcosa di concreto, vita privata, affetti, abitudini, idiomi dialettali, è una comprensibile dose di egocentrismo (pensa che il mio fumetto Munaciello ha esattamente le mie fattezze, “autobiografico” diceva ieri sera il Nardi che, a proposito, ha visto l’epilogo! eheh!), o anche una ancor più comprensibile dose di apertura e concessione dei propri spazi. Ugolino no. Lascia intravedere poco del concreto in cui vive. Non si sa quanti anni ha, cosa fa per campare, e nemmeno dove campa! Questo ci basta? Eccerto che sì! Anche se all’inizio avevo più d’una volta pensato che si trattasse di una donna – non perché sono irresistibilmente bello e attraente, ma perché il suo avatar così mascolino mi pareva espressione di un desiderio di rivalsa e/o completazione sessuale – ad oggi di Ugolino si sa che legge una cifra, capisce ciò che legge e lo condivide con chi non lo ha letto, è puntiglioso nelle questioni linguistiche quali esse siano, nelle figure retoriche e nelle lettere in generale, ha un gustoso tono arrogante, ha momenti d’ilarità e momenti di trasporto. Ed è uno dei miei pochi lettori disinteressati, uno che mi legge anche se io non lo commento sempre. Ugoli’ ti direi “grazie di esistere”, ma ti monteresti la testa, e allora ti dico solo “esistere”!


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19 settembre 2007

paessaggi

 

Sabato sera per una mezz’oretta ho messo da parte lo studio del comportamento dei quark in prossimità di eruzioni cutanee dovute a gorgonzola e paprika, e ho seguito su rai 3 “un giorno in pretura”. Napoli, un padre ha ammazzato il ragazzino che aveva rubato il motorino alla figlia probabilmente istigato da questa, e altre cazzate (qui per maggiori dettagli). Bisiach in settimana, lodando una puntata di blob, e commentandola, aveva posto l’accento su una frase di Giuseppe Ayala, tra l’altro modesta quanto a intonazione e senso, per cui la mafia sarebbe “una cosa seria”. Altra corrente di pensiero, parzialmente opposta a questa della serietà, sostiene che poco c’azzecchi il tanto vituperato contesto (altrove “disagio”) sociale. Proviamo a muoverci.
Mafia e camorra sono serie e umane, cioè uomini che seriamente s’adoperano per campare assai bene (l’intensità degli avverbi dipende da gusti e aspettative) unendosi con professionalità, lavorando con spirito di squadra, e talvolta scannandosi con noscialanza prebestiale. Allora è serio ‘o fatt. Meno serio, ma più grottesco e a tratti schifoso, è il palcoscenico di mezzi meschini e mezzi guapparielli e mezzi cati di merda che fanno il sostrato di cui le organizzazioni si servono o nutrono. Sono tutti quelli che aspirano alla guapparia, ma sono indecentemente stupidi per organizzarsi per un atto che vada al di là del minuto o dell’angolo di muro. Sono tutti quelli che, occhi annebbiati e memoria ventilata, accettano o negano in vizio della affascinazione che subiscono dal potente che guadagna facile, che spara facile, che a volte muore facile.

Sul banco dei testimoni della vicenda di cui accennavo, questi guitti dicono una verità e quattro bugie, il tutto intervallato da finzioni, scene di salute cagionevole, di stress o prossima pazzaria. La menzogna bassa, detta dalla bocca che non ha mai conosciuto né inventato la grazia che occorre a far della barzelletta una commedia, è tra le massime privazioni di gioia di vivere, per me. Il banco dei testimoni è una sfida col giudice e col pm, col dotto insomma. Quasi a manifestare, in un disperato conato d’orgoglio decadente, la bisbigliata supremazia della strada e delle sue leggi rispetto al tribunale, alla civiltà. Il morto sperava di morire col piombo in testa – ‘nu muccus’ che ruba i motorini come svago quotidiano aveva confidato a un amico che a suggello della vita di strada voleva tre botte ‘n cap’. Ma chissà, mi chiedo, quanto dopo l’esplosione del cervello questi randagi della terra si rendono conto che poi si muore davvero. Cioè: più niente! È chiaro o no? Queste maschere à la Casablanca sono finzione che prima del nulla qualche segno lo lascia sì o no? Certo, se hai diciotto anni e già alle spalle un discreto numero di scopate, di schiaffoni presi e dati, e qualche esperienza anomala, ti sembrerà di aver fatto il più. Se i tuoi parenti entrano ed escono dal carcere già dalle età in cui entrare e uscire si dovrebbe farlo solo con le fichette poi… se tua mamma ti ama follemente come una troia ama il preservativo marcio poi… ti pare anche che la strada sia già un po’ tua, e che “morire” equivale semplicemente a “pensare di morire” con tutto il peso lirico in più e il nulla in meno. Quel ragazzo non avrà avuto la minima conoscenza del significato non delle parole – sarebbe grossolana ignoranza – ma delle cose – cecità. Eppure quanta roba in appena nove anni, dai miei diciotto ad esempio – ma potresti parlare tu – ad oggi. Quanti azzeramenti, rivoluzioni. Scopri che le scopate possono essere anche distinte in migliori e peggiori; i cazzotti, quelli diminuiscono; ma le esperienze anomale aumentano perché ti fai più spesso tu, e perché s’ingrandisce ciò che fa la norma contro cui si staglia l’anomalo per esserci, e tutto un po’ migliora se sviluppi gli occhi per riconoscere le tonalità nuove, quelle intermedie, nascoste fra un rosso e un bianco, un rosa ad esempio.

La gente che certifica il potere del camorrista è l’osanna della sottigliezza. Una lastra di ghiaccio che regge il passo d’o malament’, e che da sotto gli specchia i testicoli pensando per un attimo che siano i suoi. Ma che appena il camorrista è passato, che appena l’aria sale di mezzo grado, si fracassa mille pezzi e… laggiù il freddo che fa! pare di essere morti.


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18 settembre 2007

Libmagazine on line


(clicca qui!)
Questa volta ho fatto la vignetta :))


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17 settembre 2007

L'entusiasmo di trovare tutti i cessi occupati


Un abusato vittimismo e radici robuste che fanno fierezza, combinati in specifiche quantità, danno al napoletano l’idea che la penisola sia terra di conquista, di rivalsa. Un fuoco acceso da stelline pallide ma che avvampa manco fosse Mercurio: da ovunque qui si chiede all’Italia di tremare, perché il Napoli gioca bene. Per “Italia” s’intende Roma (i cui tifosi vennero a distruggerci lo stadio perché gli facemmo rimandare la festa scudetto di una piccola settimana…), Torino, e Milano calcistiche. Per “giocare bene” s’intende una squadra che ha starnutito finalmente tutti i moccoli di tristezza che le penzolavano; una squadra che mantiene la difesa cazzuta al punto da tentare – con successo – più volte il fuorigioco; una squadra che a centrocampo ha tre mastini che non mollano un metro – Blasi, Gargano, Hamsik, l’ultimo dei quali ha un piedino brillante di Boemia o giù di lì; una squadra che davanti adopera al meglio le armi argentine (s’intende quel misto di rapidità di gamba e fulminea furbizia di cervello tipiche del figlio ‘e ‘ntrocchia) di un folletto che come piglia palla pensa alla porta e subito dopo a fottere l’avversario, e la flemma negra del negrone che dice tre cose di cui due sono gol, interscambiabili. La dirigenza è seria, organizzata a comparti stagni io i cazzi miei e tu i tuoi (s’intende “a comparti stagni”), con Marino che guarda lontano e De Laurentis che guarda come si possa arrivare a quel lontano spendendo poco. Allora un friulano puveriello (s’intende esterno al circoletto dei mistèr reclamizzati) sistema le cose guardando poco all’idea e molto alla materia… materia grezza… roba indigeribile senz’altro, ragazzi che corrono assieme, che si muovono come sulla scacchiera tutti da cavalli. Che poi l’Italia tremi chi se ne ‘mporta, basta lo show, un rinvio di sessanta metri addomesticato di spalla verso il cristallo, dal cristallo all’iroko nerafricano, di nuovo il cristallo si camuffa da riflesso e va in due posti contemporaneamente, palla in porta. Massì, basta questo, che ce ne faremmo in fondo del tremore di quell’Italia? Certo gli esperti dovranno detergersi l’ano con la lingua, riconoscere, riconoscere la marmaglia di diseredati che li fa campare meglio con maggiori ascolti e contratti più ricchi… ao’, infatti: se l’Italia inizia a tremare meglio per lei, magari se n’accorge in tempo che sta arrivando la cacarella.

Senza offesa per la diarrea.


15 settembre 2007

no category

 

Forse il mordente. Devo comprare del manzo per fare il gulasch austriaco. La cosa mi eccita. Alcune casalinghe nei grandi supermercati hanno un fascino insostenibile, come una luce che le denuda gioiose mentre controllano le uova o la tenuta delle salsicce coi polpastrelli. Non accade nelle salumerie, solo nei grandi supermercati, come se l’apertura dello spazio suggerisse loro (e non è una metafora sconcia) maggior capienza per probabili virtù di passaggio, come un tempo le mogli dei soldati in guerra, i soldati, in guerra. Hanno le gonne larghe o i jeans poco alla moda, caviglie delicate d’una patina bianca sopra e che probabilmente odorano di sapone e fiori, i capelli trascurabili e le fronti pulite. Hanno mani secche ma svelte, piuttosto decise, e muovono i piedi sul pavimento liscio con un certo rispetto per lo spazio come a non volerlo occupare tutto, o quantomeno non in maniera prepotente – scivolando.
È innegabile che da un po’ ho come uno stato febbrile addosso, come una voglia d’Odissea il sangue mi scorre più rapido di quanto ruoti la terra, e non è opportuno se non si ha un folto gruppo di fans disposti a portarti 200 grammi di manzo e qualche spezia ogni giorno. Vorrei intonare nuovi canti pur di non prendere sonno, segnare nuovi mondi e spostare i confini della roba vecchia al mattino. E il dramma è che sento di averne la forza! Le forme… beh, quello è un fatto secondario, no? La forma è sempre l’ultimo momento e s’indossa senza troppo pudore.




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14 settembre 2007

Sadikpolitik, la sindachessa alle grandi manovre





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11 settembre 2007

libmagazine on line

Il nuovo Libmagazine.

Qui il mio contributo.


10 settembre 2007

post di sevizio, o spogliarello

Parte la musica, con questa gli abiti

Ho disegnato finché non ho scoperto la scrittura. Anche cose complesse. Ma questa storia del munaciello è cosa diversa, una virgola sorridente, un gioco sebbene l’energia profusa sia paragonabile, per intensità e durata, alla complessità che talvolta ho chiesto alle lettere. Mi denudo, che poi questo post probabilmente sparirà quando avrà esaurito la sua funzione: fra un’onda e l’altra, quando non leggevo né cucinavo né preparavo martini con vodke, disegnavo scenette che avevo già chiare dietro l’occhio. Niente di digitale, solo l’autorevole e vero antico colpo di matita, e le spellature della gomma. La scannerizzazione poi, quella è stata una brutta bestia, 102 fogli e lottare con le sgradite sfumature di grigio tanto che verso la fine propendevo per il bianco e nero o l’abbandono. Poi le cose tecniche sono andate, di lì colorazione, dialoghi, montaggio, effetti, e musiche precedentemente scelte. Un mesetto circa, non pieno, ma neanche vuoto.

Mi vedi la pelle, l’annusi, l’accarezzi

Il punto è che qui… sul mio pc il risultato è piacevole, completo va’, 17 minuti coerenti. YouTube, la mia prima scelta, m’ha sconvolto, abbassandola, la qualità del video, e fa impossibile la lettura; Il cannocchiale invece mi sbriciola tutto, non riesce a caricare più di uno sputo – che perché sono garbato ho chiamato spicchio, ma sputo resta. E fin qui posso tollerare: è gratis: è un gioco. Tollero nonostante la trama si sfilacci, e ne risultino astruse le sequenze parallele, e si perda l’emozione, la crescita, l’atmosfera di fondo… il senso. Però mi rincuoro, mi dico che l’osservatore (tu) avrà (avrai) la pazienza di guardarli in ordine e d’un fiato. Li posto. Anzi, ci faccio dei cappellini stile Barry Lyndon, e li posto.

Afferri il cuore nel palmo, batte, urla

Non va male, gradite, chi più chi meno. Io galleggio nell’illusione che l’immaginazione di chi guarda sopperisca alle noie tecniche. Mi faccio questo piacere, insomma, m’inganno di certo. Tollero il tiepidume, e nel frattempo mi convinco di aver propinato una confusione di spunti, le sconnessioni di un pazzo. Tollero ancora, nonostante tutto. Però non posso tollerare che la musica ad alcuni (a Eginone, ad esempio, proprio a lui così attento alla musica!) non parta. Ecco, il fumetto l’ho concepito fuso alla musica, dettato da essa, sottolineato e animato dagli sbalzi, trascinato nei crescendi, e alcune scene sono nate se non dopo la scelta della musica almeno con essa gemellate, omozigote. Non fosse stato così avrei postato immagine per immagine semplicemente. Il progetto era diverso: una storia. Una meccanica. Ho passato giorni anche nevrotici, poi giorni soltanto tristi. Ho letto un po’ di catene in giro sui motivi per cui avere un blog e mi sono fatto qualche domanda, tipo “com’è che il blog non permette questa minchiata di fumetto? com’è che la creatività debba irretirsi nel meccanismo ottuso, scheletrico, del preconfezionato? dov’è l’utilità di un oggetto se non ti segue, se non ti chiude, se ne esci coi piedi come la coperta di quando avevi sette… quattro anni? è utile o divertente sentirsi superiori al mezzo che proprio nella sua capacità di adagiarsi su di te dovrebbe esserti utile o divertirti? e, infine, com’è che uno si deve sentire preso per il culo?” Ma questa è un’altra storia (si vede che ieri ho visto Lucarelli, neh?), e ne parleremo in futuro.

Si spegne la musica, sipario

Rimane che tutto questo non ha senso, e nell’attesa che grazie a quest’uomo la fruizione del prodotto sia quanto più possibile integra (uomo che, se tutto va a buon fine, chiamerei santo se non pensassi che una certa aura laica gli farebbe risultare l’appellativo molesto), vi chiedo, gentili avventori di questo posto che poco tempo fa gli aficionados chiamavano bar, di dirmi uno per uno cosa diavolo succede quando cliccate sui singoli video. Cosa parte? Cosa non parte? Cosa vedete e cosa sentite? Si capisce la successione? E’ chiaro lo svolgimento?

Così, per rendermi conto del pasticcio che ne è venuto, sudato sì, amato altrettanto, ma pasticcio resta, per il momento. E ancora, per il momento, mi trovo costretto a non postare l’ultima parte della storia perché è più dinamica, più articolata, e gli spicchi/sputi le farebbero del male.




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5 settembre 2007

ma: giorno "x" ora "y"? comunque alle 15

 

Quando tutto è perduto… quando la soglia del limite non riesci proprio a mallearla manco per ischerzo… quando il mondo ti pare sgranato pur deprecando tu, per natura o educazione, l’uso degli esplosivi in generale… quando piove e non hai ombrello ma, per di più, scopri di essere calvo… quando la temperatura è di 43° all’ombra e ti rendi conto che la tua ombra è evaporata… quando in padella è tutto pronto per l’aglio-olio-e-peperoncino, e scopri di aver finito gli spaghetti ma in compenso hai mezzo chilo di tortellini ripieni di zucca che, suvvia, meglio morire con una vampata che morire giorno dopo giorno – come pare abbia scritto quel cazzone di Seattle… quando insomma tutto procede sollazzato verso un gigantesco cacume fresco – ecco, il problema è che ho dimenticato la freccia che avrei dovuto scoccare da tutti questi “quando…” quindi finisco così: oggi, mercoledì 5 settembre 2007, dalle ore 15 circa in poi (e, da quel poi, a tutte le ore) sarà on line la prima parte della puntata pilota (uanema!) de’ “Le avventure del Munaciello”.

Spero vivamente che gradiate, amici miei, perché tutto è stato fatto con l’ottima intenzione di divertire me, ovviamente, e voi tutti innanzi tutto e viceversa.

Un’ultima cosa: vi prego di scusarmi se sono stato ultimamente poco partecipe, e alla stessa bontà di cuore m’appello per chiedervi di considerarmi, in virtù del duro lavoro che constaterete ho fatto, dispensato dalle catene varie e dalla risposta ai commenti.

 

Buon divertimento e…

ci si vede nel pomeriggio.




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3 settembre 2007

non so, ma m'è preso uno strano pudore e non ho il coraggio di trovare un titolo a queste righe


Sono sempre stato incline a confondere in maniera alquanto genuina felicità e serenità, ma trovo sia una fra le poche confusioni sagge che possiamo permetterci senza lucidarci il pelo sullo stomaco, quindi bene. Periodo contratto, lo so, per dire, estraendo il seme del concetto come fosse un’appendice fradicia, che anche il semplice affossare la pupilla in una geometria accattivante, in una sfumatura che illumina, è sempre stato un fine godimento per me. (Tutti questi sempre mi danno l’aria di un sacerdote, provvederò a incendiarmi le mutande confondendole saggiamente per tunica). Tornando a noi, trovo irresistibile perché gaio il manto verde del campo di calcio alla tivvù, e il ricordo più bello della mia prima volta allo stadio fu il prato che mentre salivo in curva già intravidi, piatto e affilato, dall’anello inferiore, così verde, denso, senza tregua, così cardiaco. Il futuro dell’uomo è l’animale. Di futuri quaggiù è pieno, e la precedente frase vale solo se al semplice futuro preferiamo un gradevole futuro. Roba che non inebria a vuoto, quindi, il verde del prato: sereno più che felice è lo stato dell’animale che ne è ratto. Niente a che fare con le erezioni/reazioni mattutine (dozzinali sistemi radar). Roba che non inebria ma che, assai più prossima al calcare che col tempo fa un letto solido, riposa, rasserena. Ebbene, oggi non nascondo che m’ha percosso un brivido come fossi un bongo quando quel verde lo stracciava il nanerottolo senza collo che gioca nel Napoli. Erano anni che non accadeva più: oggi, signori, è iniziato il campionato di calcio italiano. Affanculo.


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1 settembre 2007

una minima massima


Rintraccio un istante la rotta del lapis, come fossi quello che vanga i mari annusando il sudore che nel cuoio capelluto di Penelope fa foglie appena recise, e fresche. Per un attimo ho scorso questo luogo che già mi pare epoca o grumo. Macbeth e la sua dolce unsexed moglie a volte sono passati da me, in questo mese, seducendomi. Come pure un vago cantore praghese, un sentore slavo, un preciso ragionare centroeuropeo, un chiedere dove e come e quanto, e da dove e da quando e per quanto quel sasso che segna alle sue spalle sia il mio fondamento. Il dramma è che questo tempo è il tempo del mezzo facile, e l’agevolezza con cui si raggiunge la densità del fumo illude che sotto, o dentro avvolto, ci sia il manzo. Non è così ma ciò non cambia: ognuno, oggi, sente la sua parola come necessaria, la sua forma come indispensabile, e queste due crepe, la parola e la forma, le si fa allineare al profilo rocambolesco della merda che cola. Credo semplicemente che quando non si ha da dire sia meglio tacere. E non parlo di nessuno, e non potrei essendo allergico alla merda non mia, ma meriterebbe di essere una massima il silenzio. La parola l’eccezione miracolosa.

Sono passate le quattro, la femmina mi dorme accanto già da un po’ coi capelli sugli occhi, allora scrivo per non svegliarla che se non riesco a prender sonno inizio a inventare storie e a cantarle a voce alta. La mia qui è stata un’affacciata, tipo controllare il bucato steso al sole. Bene, anzi quasi estraneo (l’estraneità è la più pronta condizione umana, forse la sola che non sparisce mai). Il bucato? umido ancora, leggero odore di infanzia nel detersivo, rapide occhiate in giro che sul pavimento tutti i giocattoli continuano a vivere appena mi volto. Ora chiudo il balcone e torno dentro, mando però un bacio ai più cari  promettendo una sfiziosa sorpresa a cui sto lavorando e che a un paio di voi piacerà da impazzire…

 

come si dice? prossimamente su questo blog.




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       God, d'oro
  
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      Fumettini
    
  Prima parte
Italia-Francia

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Seconda parte Italia-Francia

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Disclaimèr
Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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