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'o munaciello


Diario


30 aprile 2007

blood diamond


Di Edward Zwick.
Con: Leonardo Di Caprio, Jennifer Conelly, Dijmon Hounsou, Michael Sheen, Arnold Vosloo

 Edward Zwick, che è quello dell’ultimo samurai e di vento di passioni, conosce e cerca e si bea nell’eroismo. Stabbè. Qui c’è ringo gimme five black&white, il blanco y el negro (diciamo “el tinto”? more correct?) a darsi di mano in cerca di due diamanti, ma uno è rosa e freddo, l’altro è nero e caldo e cornelianamente prezioso. Un po’ di luoghi comuni su come fare il contrabbandiere buono ma cinico, e il padre di famiglia dai saldissimi – e non in svendita – valori: ‘a famiglia ‘ncopp a tutt’ cose! Allora giù di semiautomatiche in Sierra Leone, son storie di diamanti e di bimbi soldati. Citazioni – sempre gradita la nero di fango di apocalypse now. Son storie belle toste sebbene, porca troia, c’è sempre un’innaffiata d’amoruccio per non dirlo altromodo. E poi che muore uno dei tre bellimbusti lo si capisce a inizio film: dev’esserci una regola che dice che per un film che assume un certo tono di denuncia la conclusione ha da raggiungersi con la morte di uno che vorremmo ancora vivo. Non vi dico chi. Non vi dico come. Me lo direte voi già a metà film. Io…
l’ho trovato buono ma non lo rivedrei. Poi ci sono certe cadute. Certe cose dette troppo chiaramente, come se la denuncia per essere efficace debba essere per forza chiara limpida soddisfacente: chell’è ll’acqua, scie’! Addirittura nella scena girata a Londra – girata credo in tutta fretta – accade questo: in lontananza due passeggeri di un furgone guardano l’attore in primo piano e ridono: gente comune che ha saputo del film e che non dovrebbe star là… o, meglio, dovrebbe star là, ma un buon regista camuffa il coniglio prima che esca dal cilindro et voilàt; accade poi che l’auto che va via dal luogo di un incontro compromettente, scatta pepe a culo per poi inchiodarsi completamente mezza fuori mezza dentro campo: cos’è? ti chiedi, l’allarme che sega il carburante? Penso a Napoli, a quello che m’ha detto “figurati, nun fai nient’: si s’a vonn’ piglia’ s’a pigliano”, come i diamanti. Come l’Africa. Allora era giusta quella che si diceva a proposito del cartellone autostradale presso Firenze “benvenuti in Italia”.
Ok, chiamatemi Abdul.




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29 aprile 2007

piove sul bagnasco sott'olio d'assedio


Recapitato un plico con proiettile di piccolo calibro e sua foto con svastica. Fuori alla porta un ombrello. Più in là, nella strada, un asilo e un mestolo – o uno zoccolo da montagna.

 




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27 aprile 2007

La parola e il colore


Per uno che ha scritto da sempre, nelle agende con le bucce rigide, e nei flosci quaderni, e sulla carta da parati e su quella da puppù, per uno così può succedere questo. Può succedere che vedersi semi-pubblico (il semi-, come ogni seme, nasce dalla saturazione del sistema – in questo caso sistema-blog) provochi una stretta al lazzo, una bruciata nel palmo di fune che scende e sale con la maneggevolezza di un’erezione mattutina a tredici, quattordici anni. Un nanosecondo.
Per uno che ha scritto da quando ha smesso di disegnare perché ha scoperto la complessità del colore, che è meglio e più efficace farne parola che tintura, può succedere che vedersi semi-“di-tutti” faccia glaciazione. Ma – e c’è il ma, c’è – uno che ha scritto da sempre è precedente e superiore a ogni mezzo. La sua mano, la sua mano può reggere funi di fuoco e lingue di ghiaccio, perché è. Perché è l’accavallarsi della materia – anche questa, adesso, qui. Il fango. La stessa puppù. Perché sa la legge del fine, e si sbatte il mezzo dove l’intero non c’entrerebbe, figurarsi il sole. Quel semi, come ogni seme, potrebbe sfocarsi bene con un lavoriccio politico. Ma qui mi tremano i polsi alla sola parola, e pesti nelle vene, e bubboni e lazzaretti. Ed ecco il lampo svergina il cielo: una tinta sbagliata, una questione di tono, di colore.
Di sotto – in spazio e tempo – leggo imbeccate e le lodo e ne sono grato. Questo mi basta. Questo mi spiega il blog. Fanculo il resto e l’impegno non pagato: leverò del rosso e impiastrerò con verde pisello, e tutt’attorno viole.
Ci sono persone con cui mi sono preso per i finali di certe parole, ed è un’anomalia di saliva e baci, e mi sono mancate. Uno che sa scegliere i lemmi con scarsa bilancia amici li direbbe. Bene. Male. Così così. Non cambio un trattino al semi né intendo sfumarlo perché… perché il pubblico è cacchina di pulce – lo so, siamo ad un elevato grado di autarchia, siamo all’assioma chi non m’ama non mi merita… ma che direste se scrivessi che queste poche righe andrebbero sostituite alle centinaia di pagine di un Moccia o d’altri suoi simili ben politicati?
Io scriverò per me, e per chi so che mi legge e per chi capita senz’ordine. Scriverò con destinatario. Amici, si direbbe senza bilancia.




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18 aprile 2007

blog chiuso a tempo intederminato

Svegliarsi col pane in testa… ma qui siamo sintetici, di fibre di ormoni accresciuti e tubi di scappamento. Mio padre è entrato a vent’anni a fare bielle per alfasud dove poco prima c’erano patate innamorate del terreno. Andar dietro, mio nonno omonimo metteva calce e mattoni e alzava portici a Portici; mio nonno omografo invece raffinava il petrolio prima che scoppiasse la cisterna, poi bruciava i copertoni per strada, per protesta, e gli dava di burattini a quelli che a Roma facevano legge. Nonne sarte e contadine e mamme. E il pane in testa appena svegli, tutti quanti. Ma qua siamo sintetici, di fibre di lego e latticini che fermentano dentro l’ombelico. E appena svegli seghe. Aver dimenticato il pane è la nostra palude: tambur battente fa: tre cosa vuole la campagna: buona stagione, bbona sementa e bbuon’ zappator’. Piove a volte… avvolta la terra ribolle… sudo sangue perché ho già ceci e lumache… sangue che feta di detersivo… come puzzano i fiumi… sintetici. Sintetico non è più breve, mai più, non è più breve quanto un respiro di uno che mastica, non è più breve di una mano aperta che fra i calli trova spazio per un mazzo di broccoli, a tempo perso dopo la fabbrica. La meta senza cammino... senza polpacci pieni di latte la meta si dimezza, si annienta arsa dal facile sdraiarsi sul dorso del sole. Allora la carovana punta stelle polari quante ce ne sono, una mano al tamburo, una al timone e una nella mutanda. Seghe sintetiche diciamo chiaro, perché Chisciotte è comico a masturbarsi, ma pure dramma come una botte che il sole ha sintetizzato, e bucato, e vino a fiotti come succhi di cervello. Ritmo zoppo. Zoppo senza manubri né bielle, e un filo di grasso di porco per il tempo duro e per l’interno delle caverne dove c’è affrescato il genere umano. A pan donato c’è l’affresco per la durata del riflesso di un paio di stalattiti, o gmiti, ma dopo la fame brucerà ogni pertugio e farà bolle. Attrezzarsi. Attrezzi sintetici è una sofferenza questa treccia d’abbondanza, che mi chiamassero Onov! Che mi chiamino sotterraneo! Che mi chiamino cometa a metà! Io splendo solo mentre muoio!




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15 aprile 2007

quasi

Questo blog… strappatevi i capelli se… non so, potrebbe star già malato… questo parallelepipedo d’aceto e grappa… che nausea! Niente per niente, è la regola… non so… a non sapere si fanno figli svogliati… come righi… questi… questo blog… mi srotolo le budella, prono, come crono… ma niente per niente… non si riconosce mai la divinità… solo cortesia… persone, diavolo! ognuno ha quasi… quasi… anche quasi è una bella parola, con un gran senso di movimento intendo… il punto è che me ne sbatto il cazzo… da un po’… il mio tempo è di stagioni… in questa qualcosa muore… la terza, forse, l’estate forse… muore forse una voglia… muore un intento… mi strappo una ciocca dalla tempia… non so… magari vado a correre sul bagnasciuga… lanciare sassi o cercare una rissa… mi strappo una ciocca dalla tempia e cerco la rissa, vada.




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14 aprile 2007

vaginale

Per cui, cespuglio vernacolare, subissando arterie t’arrotondi su quanto in me fa circolo, e poi sciogliere il sole nido d’api e cristalliformi ceppi, perché sai il dipinto del vapore che va dove ogni vetta muore. Al freddo. Quanto tagliente il vaglio delle brume cariche di ortica, che io per gioia dica in me è natura affine, è la corteccia d’ogni castagno, e la stesa muffa dello scoglio a picco sull’esiguo schiocco di mare che pure ha la sua fossa. Di quella fossa canto il tempo, di lei cantarono le radici d’ogni ago nero o neo. Se tu, donna tu, pezzo di roba che nel petto torni a ricordare i miti di mele con fanghi, conservi scrigni e chiavi dell’impiccarsi dei miei lacci ad ogni passo, come di un uomo e di tutti in uno adesso, rotto il pianto del mito asciutto, prendi ostaggi dal giurar vita dopo la notte.
Penultimo post di questo blog 




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13 aprile 2007

Il colpo di tacco


Il colpo di tacco non è per far mostra di precisione di culo, di abilità alla rovescia. E’ piuttosto una tela che si rompe e dietro c’è il mondo del pittore, per un attimo, che tutti possano vederne. Come l’olandesino paperino coi cosciotti e il sedere basso, prossimo assai prossimo al riposo, di volo e di spalle ode – sente, annusa, profetizza, immagina o inventa, crede, si proietta, ma comunque annusa – il cinguettare dello smilzo, di quel ballerino coi capelli a ciuffi che sono anni che corre in equilibrio nella terra di nessuno che è la trincea del off-side e del, successivo, in-side.
Di colpo di tacco ne basta uno. Quando buono. E non me ne voglia il lupetto pupetto, ma farne cinquantasette al terzino a metà campo forse anche Guttuso potrebbe. Ora ho mal di testa, senza cena per via del calcetto di ieri sera, solo cioccolato al latte poco fa, è eccitante, si dice, e col caffè tanto caffè e con la marijuana non calza, e ora ho mal di testa ma finisco, e comunque un umore di merda che se mi sfiori ti incendio, ma finisco. Di colpo di tacco ne basta uno, quando buono. Così che capiscano che se hai palla tu devono studiare anche quello che ti capita dietro. Da lì è il caos perché il difensore ha spesso una forma mentale ben piantata a terra, con basi di chiummo... però e perciò vale poco nel trasalire dal corpo e andare in quello dell’altro. Da lì caos come tu giocassi su una pedana rialzata, come la sagoma distesa nel riverbero del caldo sul tetto, la sagoma vaporizzata del cecchino: trattenere il respiro, il cuore parla più nitido e il mondo è più immobile, il grilletto suona duro, ma poi entri dritto nell’occhio e rompi. Mischiare passato e futuro nelle giuste dosi, da squarciare il presente, è rarissima cosa. Il dietro e l’avanti per essere il centro del mondo.
Noi qui scherziamo, ma questi sono poteri che s’attribuiscono a dio!




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11 aprile 2007

Manchester Roma 7 a 1


Ricacciati in mare con un’ eptascoreggia!
Bububùm! apri il sipario col bruciacchiar dei peli del culetto, bububùm fa, diciotto minuti già sei sotto terra. Squash! Squash fa l’olio bollente buttato dalle mura, o a mani aperte sul petto dell’invasore – come fanno sempr’ i ‘nglesi – a ricacciare in mare tutta la falange! Rot-rot-broooat! fanno i rutti dei bad-boys e della birra Waynerooney quanto la doppio malto Carrick, e Brillantina Ro’ con la faccia da trandgay abbassa la testa e parte di turbo: flosh flosh flosh fanno le gambette sue attorno alla palla e sffffffrrhh fa il prato che si brucia. Nel cervo di capitan fracassa Totti – l’uomo che quando bisogna metterci le palle e la firma lui ci mette un “” – riecheggia quella frase storta, quella frase zoppa e brutta, quella frase degna di come Moretti vedrebbe il più svogliato Albertone, quella frase “sento di più questa partita che la finale mondiale”. Emmenomale, direi, e grazie Totti, aggiungerei: se le senti così le partite

 Il capitano sente i palpiti nel tenue
Il punto è che è piccolino così – indico l’unghia del mignolo, non altro. Il punto è lui, tant’è piccolo. A volte ha un po’ di classe. Ma chiudersi nel cubo la classe sembra decuplicata. Esci dalle mura, capitàn fracassa: fai il campo abbassato fra i sacchetti di sabbia, guardando là dove la nuvola di polvere da sparo dei nemici ti blocca il fiato in gola. Schiva a destra, piegati, buttati a terra e mangia il fango, capitano, alzati veloce lontano dalla bomba, e poi trema quando la terra s’alza e le schegge ti radono i polpacci – ma già: tu li hai già depilati! Chino di nuovo, il tempo di asciugare il sudore dalla fronte, no, no non c’è tempo per la lampada che già devi scattare dietro ai copertoni di gomma dura. Striscia nel sangue di un polmone scoppiato. Strappa una grosso calibro dalle dita sceme di un morto. Raccogli il caricatore. E lì nel cespuglio. Ci batte il sole. Sembra dorato. Alzati e corri veloce, veloce più che puoi con la cacarella fra le chiappe salta il filo spinato e spiana la mitraglia, ce li hai, li vedi, sono grigi da lì, devi urlare che avranno più paura… ora! vai così! ba-ba-ba-bam, ba-ba-ba-bam… cadono? Le braccia glie le salti? Le vedi le ginocchia girarsi e loro faccia a terra e il rumore dell’elmo che si sfonda – gleaaaun! – e schizzi rossi vaporizzati sull’erba? No?

Allora perdi sette a uno e puoi rinunciare a fare il condottiero: hai sbagliato a sentire.




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7 aprile 2007

La buona pasqua


Questa pasqua di chiedere un passaggio, che non dà al passato perché il finale sempre immoto e immuto va dritto al futuro no limits di un masso spostato d’un passo, pasqua, di resurrezione, per quanto turgida mente preferisca la pasqua di quando Sheen padre passa nel fango la sua faccia e punta dritto il velal pelatone che si massaggia il cranio Kurtz. Quello è passaggio buono. Invece qui – che poi quanto a sbafata mi si appropria di gran lunga quella natalizia, ed è perciò e non peraltrò che preferisco il dicembrino – forse un capretto, ebbene il tortano la pastiera il casatiello e la pizza chiena, ma il pesce – acrostico ossidato – vuoi mettere? I calamaretti e le cranfetelle fritte? Lo spago di mare in salsa d’ameriga? Non c’è storia, meglio la nascita che la resurrezione. E’ un fatto culinario, di fortuna, se si vuole. Sarà che poi chi non ha passione a tavola, chi si morde la lingua, a me non mi convince mica come persona! Devi bere tanto e mangiare altrettà, fino a che non vedo le cosce di pollo uscirti dal naso, così i peluzzi. Pane piatto e vino non basta di certo: gli apostoli sono poveri dentro e sotto: non hanno passione se non nei padiglioni aureolari. Gesù, arrivo a capirlo. Era uno che s’era bruciato le cranfetelle nel friggerle, e un’idea di schiettezza ce l’aveva. Con passione degna. Ma gli apostoli – mi capite? davvero mi capite? – quelli mai me la numerarono giusta. In seculseculorum.
Andate in pane.

 

O’Munaciell’




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6 aprile 2007

un anno di plot


Mantieni il tuo blog dal 6 Aprile 2006
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E porca puttana fatemi gli auguri!




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5 aprile 2007

lab


Ci sono poche cose che mi rapiscono più del labirinto. Fra queste un paio di semifinali mondiali contro la Germania, e soprattutto certe parti del corpo femminile. Ma il labirinto… il labirinto è una prova. Un’indagine positivista sull’origine di ogni scelta, sul movimento buio delle cose dimenticate, esattamente dietro alla nuca, a giocare con la notte di una svolta, di un muro che strilla per stillare. La deformazione del pensiero che ha messo l’uomo su due zampe, o quel preciso istante.

Per Pasqua dall’uovo voglio un labirinto.




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3 aprile 2007

Catena apposteriori

istruzioni
Partecipa anche tu di questo gioco in-solito, che in-catena in- questo modo in-morale ma mo-derno che ci piace tanto a noi giovini calessi innamorati. Tutto consiste persiste e in-siste nel trovare un cenno di connessione, uno star-nazzo, fra l’ipotesi e l’apodosi, e la prosodia del clavicembalo congiuntivizzato, per poi annerire il bianco e col rispettivo contrassegno a mezzo di un bel conditional time, of course!
Il soggetto agente che mi piglia a posteriori quanto a logos geografico è il bell’amico Ugolino Stramini, celebre personaggio di tal romanzo che fattosi ossa e carne e cicatrice, in mi vida mi in-vita.
Sicché devo in(av-)vitare altrè trè pèrsone e/o bloggers per ricevere soldi danaro e prosperità economica oltrè chè etciù, ovvero salute e amore, ma tanto amore, se balli con me e con voi in remissione dei peccati. Gli in(s-)vitati miei sono: Bazar delle parole, il custode notturno giorni dispari dell’Osservatorio Vesuviano, Adolfo da Berlino con la piccola Eva, i 300 delle Termopili insieme con i Garibaldini superstiti, e poi ognuno che legge e che ha voglia di aver voglia di farmi venir voglia di sor ridere o di didire parolacc-etciù.
Si gradisce un cortese cenno di adesione. Provvederemo noi poi con la prova del nove.

 

 

Gerry Scotty (quant’è bella la y)…
e… che dio vi benedica.

 

 

svolgimento
1 Se fossi un gelato sarei morto, 2 se fossi un morto sarei di Pirandello, 3 se fossi un morto famoso sarei Napoleone, 4 se fossi Napoleone sarei Berluscone, 5 se fossi un animale sarei un zebù, 6 se fossi un belzebù sarei una strega, 7 se fossi amaro sarei cantante, 8 se fossi svizzera sarei cioccolata, 9 se fossi Ginevra sarei Ofelia, 10 se fossi un auto sarei matico, 11 se fossi matto sarei scacco, 12 se fossi straniero sarei pamposo, 13 se fossi argentino sarei napulitano, 14 se fossi san gennaro sarei arrabbiato per via del sangue, 15 se fossi quindici sarei sedici, 16 sono quindici, 17 se fossi un fiore sarei un girafiore, 18 se fossi un girafiore sarei sole, 19 se fossi stella sarei quella dove va Marinella (e se fossi un fiume sarei Senna e anche se fossi un pilota), 20 se fossi una canzone sarei Nancy … un po’ di tempo fa... nancy era senza compagnia… all’ultimo spettacolo… con la sua bigiotteria… al palazzo di giustizia… suo padre era innocente… nel palazzo del mistero… non c’era proprio niente…

  Scusiamo per l’interruzione ma l’intervistato si è recato sotto la doccia per cantare a squarciagola.
Ripristiniamo ora il collegamento:

 21 se fossi un trans sarei Nancy e avrei un duetto fiat, 22 se fossi un auto sarei ancora matematico, 23 se fossi una materia di studio sarei l’uranio iraniano, 24 se fossi una disciplina sarei zen che fa molto in, 25 se fossi in sarei al caldo, 26 se fossi una parte del corpo femminile sarei tuuutto il corpo, ma in particolare lo scalpo, 27 se fossi scapolo sarei vedovo e all’ergastolo, 28 se fossi un galeotto sarei un bel pirata, 29 se fossi un dittatore sarei Chaplin, 30 se fossi un film sarei Apocalypse Now di San Giovanni, 31 se fossi un film muto sarei discreto, 32 se fossi grande sarei Ciro il, 33 se fossi un avverbio sarei annoiato, 34 se fossi uno stato sarei l’ansia o la Lettonia per via dell’insonnia, 35 se fossi un carrarmato sparerei sul figlioccio di Benigni alla fine del film, 36 se fossi una tragedia sarei Amleto, 37 se fossi un calciatore sarei Amleto Armando Maradona, 38 se fossi una cittàh sarei Amsterdàh, 39 se fossi un lettore sarei annoiato quanto un avverbio, 40 se fossi la coerenza del testo adesso sarei soddisfatto, 41 se fossi una stanza sarei di Poliziano, 42 se fossi L’orca sarei con una lacrima un poeta del ‘27, +43=70 se fossi a metà saresti atterrito, 44 se fossi uno scrittore sarei il tizio delle avvertenze dei medicinali, 45 se fossi un buon fumo sarei nero nepalese, 46 se fossi fumo non mangeresti carne, 47 se fossi una mutanda sarei di Eva Green, 48 anche se fossi un reggiseno o la venere di Milo, 49 se fossi una pietanza sarei una sorta di preghiera, 50 se fossi un vizio sarei figlio di un buon padre, 51 se fossi un piatto vibrerei, 52 se fossi un utensile sarei la froglia, 53 se fossi un ignorante fosse bello, 54 se fossi concordanza sarei vaticano, 55 se fossi papa sposterei l’accento, 56 se fossi fuoco arderei il mondo.




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2 aprile 2007

Libmag 18





XVIII






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2 aprile 2007

sgrezzi




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2 aprile 2007

oggi sì, domani no, dopodomani boh, settimana lunga a dirsi


Poi succedono certe cose strane, che ad aver talento da barzellettieri ci si potrebbe campare per un bel po’, inventarsi un mestiere. Il nostro Berlusconi va contro la politica che tenne quando era al governo, sull’Afgcacca, intesi, come inteso è che lo faccia per sottigliezze politiche, come pure inteso è che agli occhi di un qualunque intelligentotto che non sia avvezzo al pane intriso di latte italiano egli pare poco più – poco meno – d’un clown. Ci ridono dietro. Vi ridono dietro: io non sono italiano se così mi pare, perché sono i mezzucci… i mezzucci, che nel rispetto della diminuzione, fanno piccolo il paese.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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