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'o munaciello


Diario


30 marzo 2007

Crocevia della morte


Regia: Ethan Coen, Joel Coen, 1990
Sceneggiatura: gli stessi!
Cast: Gabriel Byrne, John Turturro, John Polito, J.E. Freeman, Mike Starr, Albert Finney, Al Mancini, Richard Woods, Thomas Torner

Il mondo ha colori soffici di noir che affoga nel romantico. Se romantico è farsi scivolare dentro ogni impulso, compreso lo stratagemma, il tradimento diventa l’unica legge a dispetto dell’ostentazione di un’etica. Ben bene calpestata, questa, oltre lo stato mentale che sarebbe l’amicizia, più dentro, verso lo stato fisico che rappresenta un’erezione. Così da metterci nel mezzo dell’ingranaggio che muove il male (o bene?), proprio poggiati sul perno, a oliare per far scorrere agevole una trama intricata assai perché ci lavorano i tempi del presente, del ricordo, e dell’ipotesi. Allora la faccia è maschera, non il cuore, perché per una donna – che già di per sé è crocevia – tre e più uomini passeggiano il palco fra revolverate e bevute calde di proibito. Che poi il crocevia diventa un gran Gabriel Byrne, spietato gangster restio all’ammazzo fino all’ultima pistolettata in fronte all’ebreuccio Turturro. Una smorfia, la voce querula del ricattoso Turturro, è il fratello della femme che di fatale ha solo il contorno perché pare che pigli pesci anche nelle narici. Semplice troia, insomma, senza merletti.
(Parentesi nel bosco, crocevia fatto natura, odore di erba e umido, e paura della morte).
I fratelli Cohen in questo loro terzo film tracciano un’intelligente parabola che fende più generi: i piedi sono del gangster movie canonico, con ammiccamenti continui al Padrino, però poi la tragedia sconfina in commedia, con mano leggera, e si scopre che della guerra di mafia il capo della polizia e il sindaco sanno tutto e non lesinano interventi politici in corso d’opera. Un po’ di macchietta, specie del boss italonapoletano, che non guasta, mentre il boss irlandese, che un attimo prima pareva decrepito, piglia il mitra che doveva farlo fuori e scende in strada a prendere di faccia il plotone esecutivo: inutile contare i colpi: sono troppi, e il caricatore è solo figurato.
Armonioso.

 




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29 marzo 2007

Brevissimo racconto d'azione del munaciello

Due uomini affannano forme di fantasmi sulla neve, e si danno le ultime risa non sapendo che uno sarà carne all’altro.




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29 marzo 2007

La bella mano


Una volta una tipa romana – era bionda, e diceva giallo ocra e rosso pompeiano come con la bocca piena di panna e sputo – deve aver detto “ Ma che ne sai te? Totti a Roma è come un dio”.
Sì, ha detto così. Bene, quella volta fu come tutte le volte in cui non mi lascio sopraffare dalla risatona a ugola sfondata, perché se la cazzata è piccola sbotto io, mi stilla una specie di ghigno sincero che innaffia d’ilarità il tutto e, in qualche modo, risolve. Quando invece la cazzata è grossa, io, provo pena, mi preoccupo per la salute del cervello che va col monopattino, e che spazza la via in cerca di bucce di banana per far mostra di sé con uno scivolone, se Totti a Roma è come un dio. Un bravo ragazzo, bravo coi piedi e gentile nei modi, timido ma sfaccettato, coatto per necessità. Stop.
Io dico, adesso, ma che ne sai te de ddio? Ma che ne sai tu di una città che dà la pancia alla mano di dio, e gli fa le fusa attorno ai genitali, a dio, e ne fa chiese sconsacrate agli angoli dei vicoli, e gli erge statue che fissano il tempo e paralizzano la storia, e lo ama a chistu’ddio, e ‘o guarda ‘n faccia perché figlio e padrone, e canta, e danza, e dipinge i muri antichi dove i borboni ci pisciavano e le matrone insegnavano le arti del piacere, e gli dà i fiori di giovani vaiasse splendide e scurrili, e gli succhia il midollo, e gli dà il suo midollo nella cieca speranza di fondersi a lui, a dio.
Ora… ecco, io lo so che dio non esiste. Che c’è l’uomo e basta. Ma c’è uomo e uomo.
C’è uomo e Uomo. E poi c’è dio.
Diego, e cosa è stato per questo popolo.

 

 [Sta male di nuovo, è chiaro che non arriverà ai sessanta. Spero che veda il Marco Risi e, soprattutto, il Kusturica]




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28 marzo 2007

A largo di Capri c'era Peppino, o Lefty


C’è quel film che Gds deve conoscere bene, Donnie Brasco si chiama. In quel film c’è una di quelle scene che… c’ è aria e aria nei film, e quell’aria lì è venuta daddìo. Insomma, un convegno di boss su un cazzo di barcone (che poi era dell’FBI), e lì il giovane infiltrato Depp soffia le good relationships al vecchio mafiuncolo che non ha fatto carriera Pacino. Insomma, che te lo dico a fare Johnny parla anche col Boss con la maiuscola, Santo Traficante, che se ne sta in piscina tutto obeso con i femminoni a seno nudo e bagnato. Immagino che cocaina non mancasse, non ricordo, ma comunque era quello il loro massimo impiego lavorativo, quindi… Ecco, in sottofondo mi pare ci fosse heart of glass, Blondie, con quel suo tamburello elettronico che incalza, con quella vocina che fa così stupid da arrapare, da convincere al vuoto straordinario degli anni ottanta (a proposito, American Psycho non scherza mica).
Io ora non so perché ci si debba scandalizzare della barca al largo di Capri. Più che non sapere, non ricordo. E’ come se di colpo avessi dimenticato quel tipo di scandalo, la ragione ultima che lo giustifica. Chi me lo spiega? Chi? Dico, chi sputerebbe su un pomeriggio così sex & coca in mezzo al mare? Ma siamo ammattiti come popolo? Cioè, stiamo a blaterare e pontificare sull’arretratezza endemica del posto e poi, e poi ci facciamo tirar dentro così? Come le più stupide vocine del gregge e le più tonde, così tonde che sono ottuse, bollicine di champagne nella piscina?
Ma io ci spero che fosse Casini, sarebbe conferma che fra i trettrè è l’unico ad avere ancora un po’ di qualcosa. Magari nelle vene, ma sempre qualcosa è… che te lo dico a fare.




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28 marzo 2007


Come da patto inizio un po’ davanti alla difesa, quel ruolo di raccordo alla Pirla. Mi piace. Mi alletta quella zona. Però la caviglia non dà fastidio, allora una sgroppatina a sinistra, roba che poi rientri sul destro e la metti di piatto – l’esterno non me la sento ancora, la caviglia pare comunque debole, umorale. Poi sgroppata centrale con un paio d’assist che come idee calzavano però mi manca ancora il giro nel passaggio: i difensori intercettano. Ad un certo punto invece segno. Il primo gol della mia squadra. Palla mezz’ altezza, stop di ginocchio sinistro, la porta è dietro, palleggio di destro verso sinistra, girata d’esterno destro. Non forte, ma… và. Sono passati solo dieci minuti, uno scatto stupido da invasato che vuole dribblare l’avversario due volte per lato m’è fatale, figura di cacca quando perdo palla e i polpacci sono due enormi crampi, s’accende lo spioncino fuel come sugli aerei che vogliono precipitare in mezzo all’Amazzonia. Rallento, torno dietro. Finisce la mia partita, da lì galleggio. Perdiamo di un gol e lodiamo la palla. Ma che bello.

 




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27 marzo 2007

bendito sea el tobillo


Il calcio è lo sport della libertà fisica e mentale. Ce ne sono a iosa: ci sono quelli in cui si spinge la soglia della forza fisica verso la luce (vista la Pellegrini?) ma la mente è fissa su un solo punto, quelli in cui l’abilità sta nel destreggiarsi fra regole ferree e la mente è furba ma non spazia, e poi c’è il calcio, in cui puoi prendere la palla e andare in ogni direzione, toccarla come vuoi tranne che con le mani, toccarla quante volte vuoi, inventare, aprire spazi, chiuderli, appoggiarti ai movimenti degli altri.
L’unico limite, oltre al fuorigioco, è la presenza dei compagni.

 Oggi alle 19 mi rimpiazzo sul campetto da calcio dopo tre o quattro mesi, in blanco-azul. Che il dio della caviglia protegga e vegli su ogni giuntura.




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27 marzo 2007

la gavetta di spalle


Che poi a starnazzare siamo sì bravi tutti, ma certuni di più. Parlo di chi lavora ai mattoni della televisione, e parlo adesso perché c’è un reality nuovo – che fra parentesi una pena quella D’Urso, come una che pensa di aver scoperto che d’acqua calda ci si possa nutrire a vita – ed in questa stalla c’è mandrie di vacche e oche cieche che cozzano l’una con l’atra. Allora mi viene da pensare alla inconsapevole genialità di Tinto Brass. Perché negli anni novanta le ragazzotte sane e capienti si sarebbero messe a novanta°, misurando così in quel grado il nitore della loro ambizione, denudate quindi, a chiamar col suo nome la bava di vedere parti di sé spiattellate in schermo. Che genio!
Perché poi vuoi mettere la fotogenia che ti dona el tinto contro la sgranatura dell’immagine a infrarossi, o dell’obbiettivo paparazzo da sopra alla scogliera? Non c’è confronto.




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24 marzo 2007

The departed


THE DEPARTED

Inizia che siccome inizio ignorante d’ogni preparazione – e non parlo di trama ma di produzione – subito mi pare d’averlo annusato già ‘sto film. Una roba cinese di qualche annetto fa, mi pare. Più avanza la trama e più l’ho già visto, ed è quello spiaccicato proprio, solo coi biondini al posto dei musi gialli. Che si senta la mano di Scorsese è palese come uno scorsoio, però, cazzo, è Infernal Affairs sì! Ma il come, qui diciamo. E sia. La musica di sotto non invade mai e resta lì come il lenzuolo sui fianchi della bella, a sfiorare la perfezione e altre più sporche corde. E resta sospesa come la donna che tutti attrae e che tutti ama. Poi nella prima metà c’è un’ironia, c’è un’ironia che, non me ne vogliano i bigotti che palpitano a scovar razzismi, i coreani o gli honkonghesi non si sognano manco lontanamente: i personaggi si abbandonano a piccole follie nei dialoghi, perché è bello a volte perdere l’inibizione. Come una picca che si spezza. La storia è quella linea di matita 4 fra bene e male, con ad aggravare un paio di propaggini come appendici o cazzi… a proposito “in questo paese non aggiungiamo mai centimetri al cazzo” dice un Nicholson per cui trovare aggettivi, oltre ad annoiarmi, sarebbe levargli indebitamente quei centimetri di sopra – o di sotto. Trama fitta, copiata sì, ma fitta e più ricca, alla meglio goodfellas, e atmosfere e personaggi fatti a mano nella creta. Però quando c’è la conclusione, e i due s’incontrano appianando la scissione e svelando il doppio di sé a se stessi, c’è stato qualcosa che qui è mancato rispetto all’Infernal Affairs: pathos. Lì c’era una certa solennità. Qui se n’è persa un tot nello show, ma è cosa nota che quello americano è cinema di parlattori, e capita che parlando parlando – come me adesso – si smarrisca la rotta. Concludo con grandi attori, grande regia, ottima sceneggiatura e finale migliore dell’originale. Le considerazioni filosofiche sul tema sono troppo intime, quindi a ciascuno le sue. E a chi risponde male gli ficco una palla in fronte senza niente di spettacolare, mentre si apre l’ascensore, mentre l’ascensore scende. Fatemi un pompino.
Ehm…

 Aggiungo una cosa senza fare nomi e, perciò, sturbarvi la visione: il finale, proprio l’ultimo proiettile e il suo ultimo departed, mi dicono che il male vince, a dispetto della sostanza: la forma, il come, ha la cravatta e la profilassi del male. Detto questo, fanculo sul serio.




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24 marzo 2007

Ma che belle due palle.

                           
Il sistema vuole che la foto di Costantino Vitagliano o chi per lui valga 10000 euri. Fabrizio Corona o chi per lui organizza e agnappa. Lele Mora o chi per lui spartisce. Il giornale che compra la foto vende di più e magna meglio. Tutti magnano e pace per tutti. Cosa vogliamo fare? Questione etica, forse. Che facciamo? Giochiamo con l’etica come un qualunque fascismo? L’unica colpa è del popolino che ha brutti gusti. La colpa è di chi capisce il popolino. Quindi, e finiamo, la colpa è di chi ha messo Costantino o chi per lui nella posa giusta e nel posto giusto: Maria De Filippi & realityz e nessuno per loro. Ora però la gatta è furba, e si tiene alla larga dal dopo festa. Però che bel tornasole quando per Barbara Berlusconi il papà, ex presidente del consiglio della repubblica italiana (e qui tutto vuole il minuscolo), invece di denunciare il ricattuccio apre i cocci del salvadanaio (nota bene: cocci non è una distrazione: il salvadanaio sarà infatti già stato rotto e pure tanto in passato). Ma che uomo di !




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22 marzo 2007

Colla faccia nel nido

Gli uomini erano quasi tutti molto magri e avevano il bastone. Quello che mi colpiva di più nelle loro facce, è che non vedevo i loro occhi, ma soltanto un lume senza splendore in mezzo a un nido di rughe. Quando sono stati seduti quasi tutti mi hanno guardato e hanno scosso la testa imbarazzati, le labbra tutte mangiate nelle loro bocche senza denti, e non potevo capire se mi salutavano o se si trattava di un tic.

 Oggi ho iniziato il corso di letteratura spagnola, cioè la professoressa... Io ho iniziato invece Camus, lo straniero. Ho deciso di aprire il libro in aula (l’uomo preparato se lo porta apposta, quando va dall’oculista, dal dentista, e a qualche corso tenuto dalla noia imbacuccata, eppure io non sono affatto un lettore…). L’ho aperto quando attorno ai ricci della professoressa giravano parole che non m’appartenevano, su qualche trattato teologico che non si sa come influenzerebbe l’amore. Sottovalutare il come mi pare da ominide. Mi distraevo, nascosto il libro dai capelli di quella davanti, distratto come ci fossero donnine splendide in tenuta balneare, e non mi pare ci fossero – stia tranquilla bambolina: lei è più bella dello specchio. E così già spariva nel nido quella voce impertinente. Questa parola che credo di aver usato pochissimo nei miei testi, il nido, è straordinariamente efficace. E la usa, Camus, anche più avanti, il nido, mentre la spiegazione d’altro vagava indecisa su nomignoli di convenienza, come si trattasse, col nido, di spargere pieni fra vuoti e di osservare il tutto con la verginità dell’uccello sbattuto via alla consistenza delle sue ali. Poi un giorno, se divento lettore, vedo un po’ Sisifo che e se mi fa.

 Grosse lacrime di stanchezza e di pena gli scendevano sulle guance. Ma, per via delle rughe, non gli colavano giù; si distendevano, si raccoglievano, e formavano una vernice d’acqua su quel viso distrutto.




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22 marzo 2007

Una bella crisi diplomatica /2

Che bello! Proprio ora dicevo dell’accanirsi sui cinque talebani e sento che il Pakistan ha provato un bel missile da crociera, che di per sé non vale un cazzo, ma è su questi missili, anche, che si può montare una bella testatina nucleare. Però, cazzo, il Pakistan è quasi amico - così conviene! - cazzo: non è meglio pigliarsela con la mitraglietta dell’afghano? Inoltre proprio oggi sono stati uccisi 38 talebani in Afghanistan. 38 contro 5, sì, esatto: comincia un po’ a puzzare? Nel frattempo, a Pechino, il negoziato sul nucleare salta perché la Nord Corea non ha ricevuto i suoi 25mln di dollari che erano stati congelati per mano ‘mericana. Poi giù a tirare i peli dalle ginocchia con quei 5 talebani. Puzza sul serio ‘sta cacciata. Pare quasi che sia solo un ruttino per mettere pressione ai commensali. Io propongo il rialzo, ma coi se e coi ma e coi “io” non si fa la storia.




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21 marzo 2007

Una bella crisi diplomatica


Qualche giorno fa (è nel tiggiciell)  facevo facile ironia sull’ipotesi che di qui a un anno il buon vecchio Mastrogiacomo sfondi gli scaffali occidentali col resoconto del suo rapimento. Facile. Ora però devo un po’ prendermi distante.
Questa storia che gli Usa mi si offendono per cinque talebani liberati si potrebbe chiudere dicendo alla Rice che è un cesso di cartapesta, oppure rinfacciando gli aiuti che furono comodi contro l’Urss. Certo, risponderebbero che le congiunture sono differenti, ma così offrirebbero la risposta che vale giusta anche per questo caso: il caso in cui si prova a salvare la vita a uno, caso che sovverte le ovvie dinamiche del gioco cui si gioca – ma che gioco è?
Tutto ciò è preceduto, a definire, da due strade: o si considera la zona esclusivamente bellica, e quindi foriera in sé di morte, e allora il reporter che ci va, in ossequio al saggio “paese che vai usanze che trovi”, dovrebbe tenere gli occhi fissi sulla lama che l’accoppa senza dire una sola “h”; oppure si considera la missione nostra come pacifica (così è se gli pare), e allora si deve ammettere che la salvezza della vita umana, di ogni vita umana, sia l’unica e fondante prerogativa di una siffatta missione. Mettiamo le regole, le definizioni: cos’è l’Italia laggiù? Medico o soldato? Se è medico gli si riconoscano gli unguenti e la mano ferma del chirurgo che fa il possibile per trattenere il trapasso – qualcuno ricorda ancora Baldoni o a parole siam bravi tutti? ; se invece è soldato, ancor di più gli si riconosca la possibilità di scegliere delle sue forze con le sue forze.
Che poi mi si offendano per cinque talebani fa torto alla loro capacità di ribeccarli meglio di prima, i terroristi: ma cos’è questo senso di resa?  non vi si addice, pionieri del piombo che siete! Organizzarsi. Organizzarsi. Caso mai, se l’offesa è grossa, bombardateci come già faceste: sono pieno di racconti sul porto di Napoli squassato e i rifugi sotterranei dove si partoriva all’in piedi: la nonna dice e tramanda, e se la narrativa ha un frutto è quello di preparare a mondi eventuali. Ma rompere i coglioni a un paese sovrano non è da illustre democrazia. Dai, un paio di bombe e passa la sbornia. Si sa. Si fa. Riesce bene e costa meno.




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21 marzo 2007

invenzioni


L’homo nvendò tantissimi nvenzioni, da la rota a la tara, da la scrittura a la iattura, da la fuoco al camino, da la betoniera a la gara di slalom gigante, da la zuppa di fegato cotto al sole alla roccia a la crema di asparagi con cavoli fiori e pan bagnato, da la corona di spine a la du demon a la spina di corona o pinta di viagra, da la cicala a la formica, da la greca a la turca, a la spirapolvere da la mano, da la mano o non la da a la nana o al nano: nanerottolo fottuto dal fungo, che ti pigli uno scolo! ‘mbriacone!
A la fine l’homo nvendò la corrente, la pila, i libri e/o la stampa guttenberg (buono in montagna), i modi per fare i quadri, altri modi per fare i quadri, altri ancora fino a tornare ai tondi, la navicella spaziale, la mela che casca di gravità, la mela avvelenata e/o il principe azzurro, il bacio nel sonno e la sveltina col pigiama, il monolite, il monolite di carbonio e le targhe alterne, la bomba tomica, la bibbia, la cintura di castità e il profumo di Marilyn Monroe e la racchetta bollente di McEnroe, l’automobile di batman, il gobbo nei tiggì, la pecora dolly e il microonde, quattro salti in padella findus e il tronismo, la pizza con l’ananas, la via breve per le indie, e quella lunga per le americhe, la schiavitù e la donna, il corno del rinoceronte, il dildo, pure il vibratoio s’è nvendato, che serve per far cadere le olive per farci l’extravergine, che pure s’è nvendato pure quello.
A la fine l’homo nvendò il pallone: l’essere perfetto, meno dio solo di diego che lo nvendava cada domingo.
Ora io mi domando y digo: ma da che altezza deve cadere un pallone da calcio per schiattarsi?
Invece di perdere tempo con lo studio del cervello mi risolvano questo dilemma: morire o dormire? E soprattutto: la domanda di prima?

 O’Munaciell




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20 marzo 2007

Libmag XVII


XVII




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20 marzo 2007

Tiggicièll, la verità della voce /2

Edizione straordinaria
In diretta dallo studio del secondo piano

 Interrompiamo la maniata di tetta di un amico di Maria per dire che un nomino coi capelli rossi gioca a scacchi contro se stesso, e purtroppo non bara, e quindi non litiga, e allora manco si spara in bocca. Ma Woodstock da potenza non indagherà sul fatto, perché voce dice che stia a vedere un po’ il porta voce del porta governo, e Jimi Hendricks che fuma e suona l’inno kazako coi portafortuna dei guerriglieri liberati dalle iene. Ha chiamato dall’Afgchacca, s’è abbracciato con quel medico che ha fatto strada o con chi per lui ma senza Keruac (per carità!), ed è tornato a sacca naso e valso; però noi, che abbiamo penato e antichi numi, ricordiamoci, fabbricando un sorriso, che fra un annetto avremo dovuto tenere risparmiati una ventina d’euro perchè ci sarà da comprare un libro, un giornalistico, un saggio avventuresco che s’intitolerà pressappoco “Così ho visto distestare il mio autista”, dal sottotitolo “Con la testa nella sacca e poi giù che rotola”
Ma passiamo ad argomenti più leggeri e lasciamo gli algoritmi a chi ha certe cose nel sangue (e parlo di Jimi e di battuta, e dell’amore fra l’uno e l’altra): la gente del papa, nel mentre che lui è tanto vicino a chi sta carcerato che magari ha fatto del male a qualche povero cristo e invece gli dà di brutto contro uno che nasce che l’attizzano i maschietti in vece delle gnocchette però di male non ha mai fatto niente a nessuno mai, la gente del papa appronta per il 12 maggio il family day. Tutti invitati. Allieteranno la giornata un paio di ospiti ‘mportanti quali Erica da Novi Ligure, Ferdinando da Parma, e Bernardo da Palermo assieme al vecchio amico Totò… perché se sei etero la vita ti sorride, e la famiglia te la fai grata, e soprattutto te la fai: te la fotti e te ne.
Forse forse – ripeto: forse – si unirà alla festa anche Annamaria da Cogne, sempre che non stia a partorire come una cagna.




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19 marzo 2007

cuentito munaciello


Due lo
In mezzo c’è la laguna, bucata in un occhiello d’oro e sabbia, e attorno spuntano dove ciuffi secchi e dove nervose alberaglie. Il cielo invece è bianco come la nuvola intera ripresa dall’interno, né però nego che solo mezz’ora prima vi fossero dei cavalli, ma non facciamone ragione di vita: un testimone è tale se condivide una verità, che è quella da cui scende la medesima interpretazione, non altro. C’è poco di metafisico nel numero dei passi, così pure nella rapidità di trasmissione elettrica di un’immagine – lui sta nero nel bianco innestato solo sul profilo frontale che fa la luce in mano regge l’aria che si riempirà di ferro e legno e vibrano i polsi della giacca quando s’alza il vento assieme alla polvere del posto tutto questo è affare risaputo la faccia l’espressione non dicono perché si negano.
Quello più vicino alla laguna spara prima e peggio, s’alzano gli uccelli con quel loro fare sbarazzino anche nel terrore, e lui manco vede schizzare un sasso dieci metri oltre il nemico, a terra, che la pallottola dell’altro gli si ficca in petto, verso destra, dove la cassa si curva. Frantumata, in schegge, una spina d’osso deve aver morso traversa nel polmone perché ora quello tossisce sangue e fa un rumore di strisciata quando respira. Si fa pallido, la paura. Già il culo nella polvere, la mano in petto e l’altra sulla faccia perché in certi momenti le lacrime sarebbero ingannevoli, allora meglio intimargli in grugno un ragionamento, un qualche schermo, sostanze che occorrono quando torni animale e proteggi i tuoi liquidi minori pensando ai maggiori. L’altro, laggiù, c’ha già la sigaretta. L’ha scesa dall’orecchio. Dice che a questo serve l’orecchio: a reggere l’attimo di bilico in cui ti misuri, ma che dentro, nel fumo che si sprigionerà, in ogni sigaretta c’è disegnato l’esito del conteggio di passi come di tempi di reazione: a questo serve l’orecchio. La pistola invece, è solo una scena.




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18 marzo 2007

De-lethe, the game


Questo è il gioco: elencare una dozzina di ciofeche da cancellare, per vederci meglio, per rinascerci più, e meglio.

 1. De-lete il mancato ricordo del secondo bacio, perché è una meschinità dimenticare certe cose, come certe case pure, come il primo sguardo nell’ospedale da mezzo alle cosce di mammà, e tutta la pelle che ho accarezzato.
2. De-lete la vecchia fidanzatina, e l’imbarazzo per averla schiaffeggiata in strada quando aveva il trucco sfatto sotto agli occhi e la faccia squallida della stronza.
3. De-lete il buco di buio che a un certo punto arriva e fa il tiranno con me.
4. De-lete pure la resistenza alla tirannia, o il fatto che poi torna la luce, che è lì che si sente il sapore del sangue e non prima.
5. De-lete le arti presuntuose, le facce coi sopraccigli arcuati di chi ti sputa in testa perché sei nuovo, o per la pigrizia di dare credito. E la paura a fidarsi dei miracoli umani. E tutta la carta sprecata per le merdate, che ora ne è così poca.
6. De-lete il primo sesso di un’amica.
7. De-lete le forzature, quindi, i sapienti che usano le parole per avere i fatti.
8. De-lete la finta democrazia.
9. De-lete la folla che mi guarda, che mi parla, che dice la sua con la forza della pipì quando scivola e frigge.
10. De-lete il camicione da dio che tutti ammirano e pochi indossano.
11. De-lete il mio nascondermi per non fare danni, e pure l’ordine che ci fu imposto chissà quando, che senza me ne starei beato a rotolarmi nell’erba e a rompere le nuvole con l’alito.
12. De-lete il cemento armato e la demografia cinese.





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18 marzo 2007

Il mangiagatti


Ho finalmente visto “Il mangiagatti”, di Paul Polpaccio. Ebbene sì, trattasi di imperdibile bocciolo, di un film che sfugge subito alla sua impostazione prosaica – pecca della sceneggiatura – per diventare brillantemente spietato in faccia all’attuale sistema che regge il pianeta. E sono mazzate alle dittature e alle lotte di classe indistintamente poiché tutto, spogliato delle stelle filanti, si riconduce ai più elementari bisogni umani (esemplare lo sforzo della serva, così come il suo sacrificio). Ogni dilemma ha una risposta lampante, ma che lampa solo dopo che Polpaccio la illumina col suo occhio eccentrico e un’innaffiata di vino. E poi ancora è un viaggio alle radici del fondamentalismo, con ricostruzioni ben documentate degli usi tribali di certe antiche famiglie sunnite, un’immersione nel cuore dell’illusione artistica, che è un rombo multicolore. Da lasciar senza fiato l’accostamento di romanze italiane, di walzer russi, di hip hop duro, e di immagini senza alcun filtro né gioco d’addobbo. Un capolavoro. E meglio ancora, di capolavoro, è l’epigolo furioso, dove gli istinti, se ben calibrati, diventano sputi di cobra mimetizzati al soffitto notturno, e la pallottola che ammazza sfuma in luna, mentre il cadavere sul letto è rigido come un pasolini.




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17 marzo 2007

Da questo esser muti /2

Me gustas cuando callas
porque estàs como ausente

 
Perché il deserto sono io e tu hai mandato levrieri a spasso per tutta l’Asia: sciagurata! Ti sarebbe bastata un’ampolla d’acqua da lasciar svaporare al vento, e m’avresti avuto mille anni prima di nascere. Ma poi mi dico, si sa, in fondo non sono fatto male, perfino qualche duna sgomita un posto all’ombra per parlarti dei confini che vedo io, dallo stato di miraggio. Sono le condizioni a farmi inospitale, come si dice, inabitabile, le condizioni che sono me fratto l’attorno: se il risultato è inferiore a me avrò vinto una scialuppa. Ma tu hai già svaporato l’ampolla, sciagurata! Oppure no, è tutto un travisarci: come il vino sono gustoso come la sabbia tiepida del tramonto, che dove già si fa fresca mi seduce: e adoro essere deserto perché ho tanti figli che pellegrinano pensando alla prossima canzone, manco fosse un passo, e senza accudire alcuna nota fischiettano i loro riassunti.
Un’ampolla sei allora, e quanto burbero sono, io, disteso assieme ai gigli sui binari.




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15 marzo 2007

Da questo esser muti /1

Si diceva un po’ della vita in genere, ingeneri che siamo! La ragazzina s’innesta acrobata sul filo, con una gamba in tensione e l’altra di supporto, cosa che le alza una natica e le affossa l’altra, ma è bella uguale e dice un paio di lacrime che le zzunàmano il neo, forse finto a cucuzzolo di zigomo, e fanno righi d’argilla del trucco, che la vita in genere non segue esattamente l’endecasillabo, dice. Di come sia vero il suono del passaggio da un accordo all’altro, in chitarra, quel sibilo metallico. Di come l’alighiero fosse matto e in più alquanto losco.
Chi guarda, chi osserva, pure due crociati, che pregano e ammazzano con la stessa mano, dicono che una promessa di terra non è esattamente endecasillaba come i righi d’argilla in faccia, che il metro è perso, dicono, che senza argilla sarebbe più consono al momento. E poi c’è un nuovo ritmo che sfugge al calcolo perché è un gioco di luce e non di tempo… sebbene qualche scienziato morto metta in relazione le due, ma siamo ancora quasi certi che l’idea non afferrabile sia il plettro del calcolo, che gli fornisca l’energia destinata alla precisione pur non essendola.
Un viaggio al termine del giorno, questo siamo. Lo dice una vecchia cinica che entra ed esce dal carcere: lava lenzuola e rammenda mutande che odorano di penicillina: sarà stata mai, un giorno che albeggiavano aranci tanto era liscio lassù, senza quella tunica di legno crocifisso? Piuttosto ne morirei a tapparmi la pelle e l’odore, perciò a volte mi sniffo l’ascella: per sapere di me – diceva il crociato. Ed ho il cuore troppo capiente per avere come amante un cuscino di sale e lana, e righi d’argilla saltimbanchi come grate, troppo poroso per lasciare acqua alla terra.
Il deserto sono io. E tu, quanto sei atroce distesa assieme ai grilli sui binari.




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14 marzo 2007

garage autolavaggio


In sottofondo mandavano canzoni italiane, che saltavano quando l’elettricità andava a conficcarsi nella pelle dei torturati. Nudi. E radiocronache pasionarie.
Chi ha la pazienza di venire qui a legger parole sa che non si fa informazione, qui, ma al massimo commento. Diciamo cose che già si sanno, che si sanno meglio di come le diciamo addirittura, ma le diciamo con un gusto personale che vuole andare a parare sempre in qualche posto distante da quello della partenza. Oggi non è così. Questa è informazione secca come ha da essere: cinque ex ufficiali della marina argentina sono stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Roma, per l’omicidio volontario plurimo premeditato di tre cittadini italo-argentini durante la dittatura dei fine ’70.
Mi sento meno sporco, oggi.




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14 marzo 2007

i fetienti

Come ogni buon rifugio, ogni eremo, casa mia ha due vie d’accesso – delle quali, bene intenderà il solitario come me, una diviene automaticamente di fuga. La prima è vecchia, quella della tradizione, stretto vico coi lati bitorzoluti di auto in sosta. La seconda è nuova, d’asfalto bruno, pulito come un alveo ripulito. Nella prima qualche annetto fa a passarci ti rischiavi una palla di piombo vagante; ancora prima rischiavi, oltre al piombino, una pallonata dal mio piede; adesso uguale c’è altri ragazzini, con la faccia più brutta della mia, abbronzati di luce viola e coi capelli di plastica o manga, che hanno permutato il pallone col cinquantino come una zanzara, anche d’inverno. La via nuova è liscia, con una leggera curva, nuova di un tre quattro anni mentre prima, che ero adolescente, andavamo a nasconderci nelle siepi di fetienti o a esplorare con rami tagliati d’albicocchi come spade. Ora ai lati c’è spazzatura. Come cresce la spazzatura fa pensare a quanto cresce l’uomo. Niente da dire: chi parlò di virus ebbe un’idea. Una busta, bianca, isolata, all’inizio. Poi due, tre vicine e altre tre sparse. Poi un frigorifero. Il momento che ti trovi un frigorifero per strada è quello in cui una collettività nascosta ha ormai battezzato il posto, come il micio che piscia: questa è discarica. Si fa così fra gruppi sociali, mica cazzi! mica come un romanzo! si fa che “dove cachi lì accorci”, diceva mio nonno, e che se ti vedono quaranta persone sta’ certo che un paio inizieranno a cacare con te. Dal frigorifero la lavatrice e i copertoni, i fazzoletti con lo sperma di amanti commerciali, qualche profilattico, ma pochi: questo è feudo d’a’ Maronna e’ ll’ Arco, e certe parole non si pronunciano ancora, né si pensano.
Bertolaso parla di rischi ed epidemie, ed ha ragione. Io mi sento dire che denunciare il fatto è inutile in assenza di flagranza. Guardo in giù, dal balcone, da un auto cade una busta. Dall’altra in sosta fra una mezz’oretta sarà sparso il seme. A volte penso che chi ha inventato il fazzoletto di carta non s’è reso conto del torto che fa alla terra. Come chi ha fatto la strada nuova, e ha bruciato per sempre la foresta di fetienti.




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13 marzo 2007

S'i fosse papa razzingherei meglio


Secondo me Ratzinger fa troppo poco. Troppo poco. Un cagnaccio che ringhia e non abbaia, e se abbaia non morde. Stamattina ha detto proprio che i politici e i legislatori cattolici non devono votare leggi che vanno contro la natura umana. Troppo poco. Poi, come se non bastasse, c’è questa condizione della natura umana: questa limita, e di parecchio, la gittata del verbo. Anche perché bisogna ora spiegare cosa sia la natura umana, e come faccia a saperne qualcosa, e a metterci becco, un fraticello che non aspira manco a menar mani sotto le gonne e fra le calze d’inverno. Quindi, io suggerirei di osare, di levare la limitazione. Che Ratzinger dica così:
“Voi, politici e legislatori cattolici, non votate leggi!”




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12 marzo 2007

Tre testimoniesse di Geova volevano rapinarmi

Nello spiazzo antistante il multisala c’è gente e gente. Fotografi in cerca di famiglie e di coppiette, col sangue al labbro, che devi mettere in fuga dicendoti amante in clandestinità. Poi c’è loro, mai visto prima un fenomeno del genere, segno che o la fine del mondo s’avvicina o s’avvicina l’inizio, in un’aria di misticismo che affronta – ed ha le palle per farlo – anche i templi dell’effimero.
'
Ste tre donnine, una anzianotta, e le altre in look da zitelle quarantenni, ci si avvicinano con la faccia graziosa di chi ti vuol chiedere dove è possibile provare un po’ di buon sentimento, stasera.
E invece le tre papere ci fanno: “Ragazzi, possiamo rubarvi un po’ di tempo? C’è una bella novella”.
Io le guardo, chi mi conosce sa come guardo quando non voglio che mi si rompa il cazzo, e dico: “Rubare no. Comprare sì”.
Le giovani non capiscono, s’imbarazzano, ma la vecchia, una bella vecchia ricciolona e testimongeovina, mi fa “bravo!” e si porta le altre via. Sottobraccio. Tre agnelline all’inferno – senza che nessuno ce le abbia mandate, per carità! – dirette verso quel nugolo di ragazzini coi capelli irti e la faccia marrò.
Da lì, temo, ce le manderanno.




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12 marzo 2007

Totti non ha sbagliato il rigore perché finalmente l’ha piazzata.


Ieri, in un post munaciello, prevedevo la segnatura del gordo. Perché così è giusto e così va ben fatto, anche se il dialogo reale da cui la scenetta era tratta mi vedeva dire “Ronaldo segna sicuro, poi magari l’Inter glie ne fa un paio, ma lui segnare segna”. Lo so, non mi credete, allora andatevene affanculo per malafede, che Virgilio con un po’ di fantasia se lo inventa subito un girone pure per voi. Ma dicevamo del ben fatto. Bene, si fa così perché la carrozza va della schiuma del cavallo, pure dei crini quando il vento scende, solenni che sono, ma la schiuma germoglia e fa castelli: vogliamo i tradimenti, le storie, lo sputo sulla maglia e la pugnalata in sotterfugio, sennò che me ne faccio delle leggi fisiche che ruotano una palla sul prato? La stessa logica però brontola se Federer viene sconfitto dopo sette mesi. Che poi, quello di Cavani, l’avesse fatto Totti staremmo ancora a struccarci le ciglia dai coriandoli. Allora sì, rubo una palla ovale e faccio meta senza pensare a caviglia-schiena-ginocchio, e decido che venerdì, quando il grosso sarà già fatto, torno in campo di calciotto e piazzo.

 
Ehi, dai, vacci tu, non torno a coprire, la metà campo è lontana, non gioco da qualche mese, dai, almeno per oggi… correte per me!

 
La prima regola del fight-club è: non bisogna mai parlare del fight-club.
La seconda regola è: MAI parlare del fight-club.




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11 marzo 2007

(non c'è titolo per parlarne)




… allora Gèsu lo spezzò, ne rese grazie, poi lo distribuì ai nomadi del deserto perché avevano fatto cinque euro ciascuno, e Rino Ranò gli aveva portato un pezzo da venti che stava a loro dividersi. Gèsu no, fumava a scrocco lui. Era sempre stato il favorito lui, il figlio della gallina bianca.
Ne fumarono tutti, ciascuno con la sua propria foga, finchè Gèsu s’alzo e disse: “non me ne vogliano gli interisti, ma Ronaldo oggi pomeriggio segna”.

 





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10 marzo 2007

afghcacca


Se c’è un pregio che sforzandomi il duodeno mi viene da riconoscere a quelli lì è l’uso del baratto. Ma – m’auguro emerga – si tratta di pregio spicciolo, di vaghezza romantica, una qualità esteriore tipo la coscia pelosa della campagnola, che stona ma pure avvinghia. Però poi, sai com’è, il mercante si fa prendere la mano – c’ha una sua filosofia per spaccare in tre il pisello e mangiarne in quindici che si fa di azzardi – e così mi giunge all’orecchio che per liberare un uomo uno, un uomo, uno che non avrebbe fucile contro di loro ma penna a loro vantaggio, questi chiedono il ritiro delle truppe nostre, l’interruzione dei bombardamenti nato, e un piatto di spaghetti a vongole cadauno. Solo? solo questo? mi chiedo se posso essere utile a fare il bidet a qualcuno.
Il punto è forse valutare quanto sia peso adatto alle nostre spalle la sciagura di gente lontana, che vuole sostanzialmente la sciagura perché non conosce altro. Nell’ignoranza siamo invasori perché non è contemplata altra immagine per noi in un mondo di due o, massimo, tre colori. Non c’è grigio… e qui siamo brizzolati, dunque invasori, dunque facciamoli gli invasori! Ecco, a volte mi stanco di leggere di botte che dilaniano i mercati e di rapimenti striscianti come merda liquida: è arrivato o no il momento di romper culi?




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9 marzo 2007

Saturno contro Nardi

Avviso: è lungo ma – e non “perciò”, sennò sarebbe altro – vale la pena

 Saturno contro Nardi vince il secondo e altera il podio e va a sinistra sul gradino primo e più alto. Perché nell’armonia iniziale del film dice testuali “mi gioco l’affetto della tipa sconosciuta qui di fianco che o succede un incidente o una grave malattia”. Non ha detto proprio così, ma non facciamo i parrucchieri coi peli adesso. Per inciso va detto che vicino a lui c’erano tre donzelle tre, festanti ma non festeggiate, mentre accanto a me, a destra, un ometto che appaltava il bracciolo prepotente: ma o’direttor si capisce pure da questo.
La prima parte del film – che mo facciamo i seri – torna il bel Ozpetek delle fate munacielle, tutto pimpante col carrozzone e la stessa turca di sempre, con un’ironia che m’è garbata mucho perché al momento giusto e del giusto filo. Pure a scandalizzare lo stomaco – pardon: a metterlo alla prova, troppo soggettivo – gli riesce bene con un bacio omosex che scherza preciso con l’emozione dello spettatore, con scansamenti ultimini, ripensamenti, giochetti d’amore, e poi si fa. [Penso che le ragazze di fianco al Nardi abbiano sospettato in quegli istanti che noi due fossimo amanti, perché ci guardavano e ridevano, allora mi sono tolto il colbacco]
Dopo succede il dramma, con una buona premonizione in vestizione di camicia porpora rosso porpora di camicia, da dire “chi è o’cardinale?” proprio del cardine del film che è la sciagura che impatta come esplode la vena del cervello, e fa coma, e rompe delle cose smascherando l’ansia di riappianarle subito che non ricordavo Ozpetek avesse. Nel frattempo un po’ di corna che non guasta mai nonostante il facile, e comodissssimo, presagio di morte. Il regista sfiora l’unione civile, sfiora la guerra fra i personaggi, sfiora l’eutanasia addirittura, sfiora però. Appunto, sfiora solo, sto rizzacazzi! Eppure ancora il ritmo è svelto qui, mucciniano (e do di stomaco), ma la fotografia e la musica sono buone assai più. D’altronde, ripeto*1, se fai star zitti i personaggi, con qualcosa devi riempirlo il silenzio. Anche se, anche se, c’è un attimo di silenzio, un attimo disgraziato, che è reso bene e ti mette di fronte alla misura del tuo respiro: ottimo, e 90-60-90 di pressione. Poi si supera la morte, e il ritmo cala come la bolla che bolle ma che poi ci metti gli spaghetti: ‘nflum, così fa. Ora si dilunga, ora si fa moscio, ora è cuore sacro che mi fa male la schiena, ora è arzigogolato, e la cura di particolari che nella prima parte era fulgida perché il ritmo la sorreggeva, qui diventa una cosa bizantina, ora si fa tramonto da cartolina venezuelana, ora si fa notte, ora si masturba.
Fortuna che il finale, proprio il finale, il match point da giardino, è una buona giravolta relativista. Così t’accontenti e ti dici che se non esiste l’assoluto è pur possibile che un film sia buono per metà e cattivo per l’altra. Nella prima, la metà buona, ci metto la freschezza del Nardi, la mia gioia per quanto di bello sta vivendo, i retroscena di libmag e della sua acquisizione da parte di qualcuno*2, e l’idea che in Italia non mancano gli attori – ottimi tutti, da Fantastichini a Angiolini, da Favino a Accorsi (tò) – ma i registi che li facciano belli. Non ho finito, dove andate? Nella prima metà bella va pure la corona e il cuba libre parlando di lupi e cuba e viceversa, un bel messaggino della femmena mia, le luky stirke di quel nicotinomane del direttore che le fuma per romanticheria col Vasco, una panza di risate, e un paio di preziose dritte. Cazzo, così però la prima metà bella s’è fatta intera: uagliù, sapete che vi dico? Che bel film stu Saturno Contro!

 

*1 l’originale fu detto in voce
*2 è tutto vero: io scriverò di economia e planetologia ittita




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8 marzo 2007

Tiggì ciell*, la verità della voce /1

Le storie sono universali, almeno dicono così, le storie

 28 giorni dopo l’uomo si sveglia coi capelli asimmetrici, illogici se si vuole, e scopre la sana scazzottata che desertifica Londra. Le scimmie hanno iniziato!, facile imputare, quanto rubare la bambina della caramella a Casalnuovo. Stavano in gabbia, o no, insomma lontane dagli occhi, con gli occhi iniettati di fragola cattiva e le braccia a starnutire omicidi, le scimmie, così pure gli uomini infettati, dal primo agli ultimi, in mezzo al campo verde celentano, a trottare schivando calci e pugni anziché birilli e paletti. Paletti, come D’Annunziata direbbe e io proporrei in culo alla cricca di Casalnuovo. Poi dice dei tornelli, quelli buoni alla violenza dei tifosi, facili ad accusarli come scimmie, che l’esempio lo danno i pii da Montecitorio, di non violenza, fra un ceffone e un vaffanculo. E gli altri infetti, con gli occhi iniettati di fragola cattiva e sudati, si dimenano all’imbocco del tunnel dove correvano i topi e gli stewarts dello stadio, perché i tifosi… perché la lambada degli anni novanta quando l’Inghilterra fu mandata in Sardegna ché per mare non ci stanno taverne per hooligans…
Così il protagonista si rasa i capelli e si leva la pelle dell’uomo vecchio per tornare nuovo come è, e il naso gli dice odori che aveva dimenticato, come il sangue, e la puzza di paura di chi ti guarda che lo ammazzi, poi, una giravolta e via, negli spogliatoi fra amici e parenti, e una barca a vela che salpa spesso dalla Puglia. Le scuse, facili come scimmie, come sfilare la mutanda a lei che dorme. Le scuse del giorno dopo è uno strappo di ceretta fatta alla parrucca. E una sana scazzottata fra giovani sani e forti, e adrenalinici, è uno spettacolo che non posso condannare perché lo sento – come una testata data una volta, o un pugno al vuoto, o il vetro fracassato della porta – che si dimena nelle mie nocche. La spranga no, quanto un pezzo di ceramica del cesso, ma la mano che fa a jambè col volto, invece, quella sì che è mia.

     
     
1*= Rubrica informale d’informazione sformata del munaciello.




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7 marzo 2007

Un'antica leggenda indiana

Le sorelle Kamo e Marhj
Tratto da “I fiori di ciliegio”, anonimo del quarto secolo

 

Dio ebbe ed ha tanti figli, come fiori di ciliegio nelle terre del nord, ma fra questi c’erano due bambine piccole e timorose per le quali nutriva maggior riguardo. Kamo e Marhj erano i nomi delle due sorelle, che nella lingua indiana della loro gente significavano rispettivamente “tappeto di seta gialla” e “profilo di bosco”. Queste crebbero e divennero di identiche e graziose sembianze, come due gocce di pioggia, somiglianti in tutto se non fosse stato per la profezia di Mjllah, la quale diceva che una delle due avrebbe sofferto persecuzioni e calamità a causa della sua bontà superiore alla bontà dell’altra. I vecchi saggi interpretarono la profezia come un avviso a separare la sorella buona da quella malvagia non appena si fosse svelata la differenza. Così un giorno, mentre s’inoltrava la stagione del riso, comparve un mendicante presso la porta della loro umile capanna chiedendo un sorso d’acqua e un tozzo di pane dal secchio per i polli. Non appena le parole del mendicante si furono spente nel vento il cielo si rannuvolò, e il Fiume che scorre lento gonfiò i suoi fianchi come la profezia di Mjllah recitava da secoli per bocca dei saggi. Fu così che le due sorelle diedero riparo al mendicante perché il cielo già s’oscurava racchiudendo nel suo spazio sconfinato la confinata notte. Quando il pellegrino s’ebbe accomodato sul pavimento presso il fuoco Kamo gli portò del pane in un vassoio e l’acqua rimanente della brocca. Assai gradito fu il presente, tanto che l’uomo ne mangiò e ne bevve con la rapidità dello sguardo del falco. In quel momento entrava Marhj con nel suo vassoio una tazza di acquavite e del buon khuanah piccante, che il vagabondo, seppure avesse già placato la sua fame, trangugiò e divorò con fauci da giaguaro.
Scese allora dio con le sembianze della mosca, volò fin sul canneto ed oltre, e s’andò a posare nel vassoio vuoto di Kamo, e disse: “Così dai all’uomo quel tanto che basta a placarne il vuoto fino alla prossima fitta. E perché egli comprenda l’essenza dell’essere gli concedi l’eterno bilico. Perciò tu, Kamo, sarai permessa agli uomini del domani e sarai buona e lecita perché rispetti la profezia.”
Poi volò al vassoio di Marhj e disse: “ Tu invece, che dai all’uomo più e meglio del suo desiderio, così tanto da congiungerlo alla mia serenità, sei nel torto, e sei eccessiva come le spezie del tuo khuanah. Quindi, poiché inviti l’uomo a credere che il desiderio possa venir soddisfatto, sarai condannata ad essere cattiva e illecita.”
Da quel giorno le due sorelle furono separate e la leggenda vuole che ciascuna, alla sua terza vita, sia rimasta intrappolata nel corpo di una pianta, e che il loro ciclo non sarà terminato finché una mano illuminata non le avrà seminate nel medesimo giardino a fronte a dio. Esse sono Camomilla e Marijuana.

 

 

O’Munaciell




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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